“Fino alle mura di Babilonia”. Aspetti militari della conquista normanna del Sud


Norman-Tower in Italy“Fino alle mura di Babilonia”. Aspetti militari della conquista normanna del Sud

Giovanni Amatuccio

Rassegna Storica Salernitana, n.30 (1998)

L’apparizione dei Normanni nell’XI  sullo scenario mediterraneo si caratterizza, a livello militare, come un incontro-scontro con le diverse realtà preesistenti: Longobardi, Bizantini , Musulmani. Scopo del presente saggio è quello di indagare le caratteristiche peculiari di tale avvenimento cercando di individuare l’apporto nuovo rappresentato dal sopraggiungere degli uomini del nord e allo stesso tempo le influenze da essi acquisite. La ricerca è limitata  all’XI secolo , quindi alla prima fase della conquista del Sud e alle vicende connesse, quali le spedizioni contro l’impero bizantino e la partecipazione normanna alla prima crociata. Volutamente essa lascia da parte il periodo del consolidamento del regno normanno di Sicilia, focalizzando lo sguardo sulla fase di formazione di quella che, nell’ambito militare, così come nelle altre espressioni del governo, del diritto e delle arti, può essere definita come “civiltà normanna”.

Il confronto con gli avversari

In Italia, negli anni a cavallo tra il X e XI secolo, il nerbo delle truppe bizantine era costituito da distaccamenti appartenenti ai reggimenti di élite imperiali: Aritmos, Skolai, Exkubita, Variaghi e “Franchi” oltre ad altre truppe dei themata dell’Asia Minore. Tali reparti non risiedevano stabilmente nei territori, ma di volta in volta vi erano inviati, ora uno ora l’altro, a fronteggiare le situazioni di pericolo che si creavano. Nelle battaglie sostenute contro i Normanni negli anni 40′, le fonti citano spesso Russi, Variaghi, Traci, Anatolici ecc. [1] A queste unità dei tagmata viene però a mancare, nell’Italia dell’XI secolo, il supporto prezioso delle truppe dei themata locali [2]. A tale carenza si cercò di supplire con la creazione di milizie territoriali arruolate tra la popolazione locale, i cosiddetti  kontaratoi o conterati.[3]. Chalandon rileva che la loro ribellione con il conseguente passaggio dalla parte dei  Normanni negli anni ’40, spiegherebbe le vittorie da costoro ottenute nonostante l’inferiorità numerica [4].

             Il confronto tra i Normanni e l’impero bizantino, sviluppatosi prima nei possedimenti italiani, poi sullo  stesso territorio continentale, si viene a collocare in un momento di grave crisi per l’Impero stesso. Alessio Commeno è costretto  a fare i conti con una nuova realtà militare e i rovesci subiti inizialmente lo rendono edotto sul modo di combattere questi nuovi temibili avversari spingendolo, allo stesso tempo, ad utilizzarli quali mercenari. Già a partire dal secolo XI i ranghi dell’esercito imperiale si vengono ingrossando con consistenti contingenti di Normanni provenienti dall’Italia meridionale. Avventurieri quali Roberto Crispino, Hervé ed altri entrati al servizio dell’Impero, tentano inizialmente di riproporre lo schema adottato in Italia nel cuore dei territori imperiali, fondando propri principati. Falliti tali tentativi, l’afflusso di cavalieri normanni attratti dall’oro bizantino continuerà, coinvolgendo anche stretti collaboratori nonché parenti dello stesso Guiscardo. L’inglobamento organico nelle fila dell’esercito imperiale (i cosiddetti Maniakatoi, dal nome del generale Maniace che li condusse con sé dall’Italia) influirà sulla sua stessa organizzazione tattica e per tutto il secolo XI Bisanzio farà molto affidamento sulle capacità offensive delle unità di cavalleria pesante normanne, che insieme agli arcieri montati turchi, costituiranno il nerbo stesso dei suoi eserciti[5].

            L’incontro-scontro dell’XI secolo segna, dunque, un confronto tra la potenza militare bizantina, erede della tradizione classica, e il nuovo modello franco-normanno: confronto emblematico per capire e misurare due sistemi, due concezioni della tattica e della strategia militare medievali. Il modo di combattere dei Normanni nell’XI secolo appare ormai ben lontano da quello descritto dai grandi strategisti bizantini a proposito  dei “popoli biondi” (Franchi e Longobardi) dei secoli immediatamente precedenti[6]. Questi apparivano dipinti come orde tribali che andavano all’attacco senza ordine, disciplina o criterio tattico , raggruppati per clan intorno ai propri capi. Essi erano facile preda per l’accorta manovra tattica bizantina .Invece, come si vedrà, i Normanni erano ben altrimenti organizzati: schieramenti in più formazioni, uso della riserva, combinazione tra cavalleria e fanteria, finta ritirata ecc. Tutti accorgimenti che lasciano trasparire una organizzazione tattica di buon livello. Certo, essi erano ancora lontani dagli standard imperiali, con la rigida ripartizione delle unità, lo schieramento su più linee, i settori logistici ecc., ma ciò, forse, più che costituire unhandicap rappresentava al contrario un vantaggio. La loro organizzazione tattica era più “leggera”, snella, agile e riusciva a prevalere sull’elefantiaca burocrazia militare bizantina. Ma, soprattutto , la differenza fondamentale stava nel fatto che l’esercito bizantino era basato su una coesione e una disciplina dovute ad un intenso addestramento condotto secondo le regole codificate da numerosi trattati militari. Secondo la tradizione romana l’esercito bizantino imponeva il senso del dovere e della disciplina sul combattente “assoldato” attraverso un lungo addestramento e con regole rigorose. Al contrario l’armata di cavalieri disponeva di altre molle che spingevano all’ordine e alla compattezza e la rendevano agguerrita: il desiderio di guadagnare, il senso germanico dell’onore e della fedeltà al capo. Il primo punto appare nel nostro caso di fondamentale importanza. Infatti, la superiorità strategica dei Normanni era dovuta soprattutto al fatto che essi combattevano per la conquista : per ognuno di essi vincere una battaglia significava guadagnare terre e bottino. I suoi avversari erano, invece, semplici soldati, nel senso letterale del termine, che combattevano per la paga, senza miraggi di carriera e di onori[7]. Confrontando le rispettive chances di vittoria di Guglielmo e Aroldo ad Hastings, Guglielmo di Poitiers scriveva: ” La vittoria andrà all’uomo che è pronto ad essere generoso non solo con il proprio patrimonio ma anche con quello del suo nemico”[8]. Inoltre, i cavalieri normanni erano consci ed orgogliosi di appartenere ad una nazione di conquistatori e la loro capacità di coesione derivava probabilmente dall’eredità germanica dei clan o fare, che gli consentiva di combattere come un solo uomo.[9]

             L’episodio della battaglia dell’Olivento ci fornisce una rara testimonianza sullo schieramento in battaglia sia dei Normanni sia dei Bizantini. Lo schieramento descritto da Guglielmo di Puglia corrisponde appieno a quella dei manuali militari bizantini: una prima linea d’attacco, una seconda di supporto e una terza di riserva[10]. Già nello Strategikon dello Pseudo-Maurizio, infatti, si insisteva sulla necessità di schierare la cavalleria in due linee: una frontale d’attacco e una seconda di supporto. I vantaggi erano individuati nella maggiore fiducia con la quale i soldati della prima linea avrebbero combattuto sentendo le spalle coperte dai compagni, che avrebbero provveduto a soccorrerli in caso di sconfitta permettendogli di  riorganizzarsi. Lo tesso concetto è ripreso daiTaktika di Leone VI del IX secolo, mentre nel X secolo il trattato Sylloge tacticorum e i Precepta di Niceforo Foca, prescrivono l’aggiunta di una terza linea[11]. Guglielmo, inoltre,  riferisce di uncuneus di cavalleria lanciato dai Bizantini alla carica, contro il quale mosse un altro cuneus normanno. A primo acchito il termine cuneus sembrerebbe essere un mero richiamo al linguaggio classico, ma ad un ulteriore esame va notato che nei succitati trattati militari il riferimento ad un simile schieramento era noto. In particolare i Precepta parlano – per le unità scelte della cavalleria pesante, i catafratti – di uno schieramento a “triangolo”. Più precisamente si trattava di uno schieramento a trapezio che dispiegava una prima linea di venti uomini ed aumentava , nelle linee successive, di quattro in quattro fino ad arrivare all’ultima linea, la dodicesima, a sessantaquattro uomini. Scopo di tale formazione era quello d’indirizzare la carica contro un determinato punto dello schieramento nemico, quello dove di solito si trovava il comandante, per scardinarlo[12].I Normanni contrapposero a questo tipo di tattica alquanto farraginosa uno schieramento più snello e leggero, costituito da tre settori (due ali ed il centro) dispiegati su di una sola linea, ma con compiti tattici ben delineati: al centro il nerbo di cavalleria, destinato alla carica frontale, alle ali i fanti rinforzati da cavalieri appiedati.

            Sul piano generale si può affermare che la superiorità tattica dei Normanni era schiacciante e che  L’insuccesso dei tentativi del Guiscardo e di Boemondo di portare l’attacco al cuore dell’impero furono dovuti ad una manifesta inferiorità strategica. Le loro ambizioni si persero nel vasto retroterra dell’impero, e Alessio Commeno seppe, attraverso un’accorta manovra diplomatica – fatta di accordi con l’imperatore tedesco, corruzione degli stessi cavalieri di Roberto e sobillazione di rivolte in Puglia – tagliare le linee di rifornimento con L’Italia. La grande mobilitazione messa in atto per l’invasione dell’Epiro rimase senza un adeguato rifornimento di uomini e di mezzi: infatti, proprio mentre Roberto si addentrava nel territorio dell’impero conquistando fortezze e città, dovette precipitosamente ritornare in patria per fronteggiare le rivolte interne e l’intervento dell’imperatore germanico a Roma. Soprattutto quest’ultima vicenda richiese la mobilitazione di una forza impressionante di uomini che altrimenti , almeno in parte, avrebbe potuto essere dirottata a rinsaldare la spedizione d’Epiro[13].

             Sul fronte anti-musulmano c’è da rilevare che la  conquista della Sicilia musulmana richiese ai Normanni più di dieci anni e ciò fu dovuto, probabilmente, oltre che alla resistenza degli avversari,  alla scarsità di uomini utilizzati in rapporto al territorio, dato che allo stesso tempo altri fronti tenevano impegnate le forze di Roberto e Ruggero. I Normanni riuscivano a fatica a tenere le postazioni man mano occupate, mentre gli scontri campali ebbero una soluzione eccezionalmente breve e favorevole. I resoconti dei cronisti filo-normanni, pur viziati da partigianeria, rivelano una sorprendente superiorità tattica sul campo dei guerrieri del nord[14]. Il fattore principale di tale exploit va ricercato nella natura stessa degli eserciti musulmani di Sicilia. In un certo senso, infatti, la campagna di Sicilia anticipa quello che sarà l’andamento delle guerre crociate, con un modello di combattente musulmano somigliante  più a quello dei Fatimiti d’Egitto  che non a quello dei Turchi o dei Mamelucchi[15]. I Musulmani siciliani, probabilmente, combattevano con equipaggiamenti difensivi di scarsa consistenza se paragonati a quelli degli avversari[16], mentre il nerbo delle forze era costituito da cavalleria leggera berbera e da arcieri appiedati. Stando alle fonti latine, le uniche sull’argomento, gli scontri tra i Normanni e i Musulmani di Sicilia si risolvevano in breve tempo:impetu facto, le schiere avversarie venivano travolte senza scampo, proprio come nelle battaglie dei crociati contro gli Egiziani[17].

             Anche nel caso dei Longobardi il confronto con i Normanni darà luogo ad interessanti forme d’integrazione e interscambio sul piano militare. Del resto, i Longobardi dei ducati meridionali avevano già da tempo perso le caratteristiche belliche dei propri antenati e nell’arco di circa cinque secoli avevano integrato  il proprio armamento e la propria struttura militare germanica con quelle delle altre etnie presenti nella regione. Il loro armamento difensivo ed offensivo, ad esempio, sembra per grandi linee simile a quello coevo del resto d’Europa, ma alcune caratteristiche lo contraddistinguono in modo peculiare. Tra queste va segnalato in particolare la presenza, nell’iconografia, di un tipo di casco dalla foggia alquanto singolare che non trova riscontro nella panoplia continentale[18].

            Nel X secolo gli eserciti dei principati longobardi e dei ducati costieri erano formati da milizie cittadine che si limitavano a  difendere le proprie roccaforti, e le poche spedizioni oltre  confine raramente superavano gli uno o due giorni di marcia[19]. Le forme che assumeva la mobilitazione militare erano sostanzialmente tre: il publicum exercitum, vale a dire la spedizione in piena regola con il massimo della mobilitazione; la cursa, cioè l’incursione in territorio nemico con obiettivi limitati; e la scamara, l’azione di saccheggio condotta da piccoli gruppi i cui componenti erano dettiscamaratores, termine traducibile con guastatori o anche esploratori[20]. Quando i conflitti assumevano dimensioni maggiori, i contendenti facevano  spesso ricorso a mercenari musulmani per sopperire alla loro cronica mancanza d’uomini. E, quindi, l’afflusso di questa nuova, inaspettata ondata di braccia per la guerra, costituita dai giovani normanni desiderosi di menar le mani,   fu accolto con entusiasmo, permettendo ai signori locali una ripresa dell’iniziativa politico-militare sullo scacchiere meridionale. Se si guarda, ad esempio, alla prima rivolta di Melo (1009) si vedrà che i principati longobardi si erano astenuti dall’intervenire negli avvenimenti, incapaci, probabilmente, di fornire appoggio militare ai rivoltosi. Con la seconda rivolta del 1017, l’atteggiamento cambia ed essi prendono apertamente partito inviando i nuovi mercenari in aiuto dei ribelli pugliesi. Pur, dunque, approfittando dei nuovi venuti per risolvere le proprie beghe e per mettere in difficoltà i bizantini, quando i nodi vennero al pettine e lo scontro con i Normanni divenne inevitabile, i Longobardi furono incapaci di opporre resistenza fatta eccezione, forse, per la lunga difesa condotta da Salerno all’assedio del Guiscardo, dovuta soprattutto alla solidità delle sue mura e della sua rocca. Tra i pochi episodi di scontri in campo aperto documentati dalle fonti tra guerrieri longobardi e normanni, quello di Sora appare emblematico di una manifesta inferiorità tattica dei primi rispetto ai secondi[21].

Status e armamento

Dal punto di vista delle istituzioni militari l’organizzazione dei Longobardi meridionali differisce alquanto da quella contemporanea del Nord Europa.  I rapporti con i signori, sebbene simili alle coeve istituzioni feudali, non erano del tutto riconducibili al mos Gallicum introdotto poi dai Normanni[22]. E qui la commistione tra elementi introdotti dal Nord Europa ed esperienze locali appare evidente. Cuozzo ha recentemente messo in risalto come l’introduzione del servizio vassallatico sul quale si reggeva la struttura della militia feudale fu sì introdotta in Italia dai Normanni ma in maniera molto più lenta e graduale, ed in forme contaminate, di quanto si sia finora ritenuto. Dall’esperienza della contea d’Aversa si ricava che i primi ordinamenti militari dei Normanni d’Italia furono in gran parte influenzati da quelli preesistenti. I milites di Aversa, infatti, modellarono la loro struttura proprio su quella della militia napoletana e degli altri ducati meridionali. In tale esperienza la struttura feudale appare come “policentrica ed egualitaria”, dove i milites rivestono il ruolo di “pari” piuttosto che quello di  vassalli[23].

            La derivazione toponomastica della maggior parte dei cognomi delle famiglie immigrate in Italia, rivela l’appartenenza alla cavalleria nei suoi vari ordini e gradi[24]. Allen Brown, sottolinea come gli Altavilla e gli altri capi normanni calati in Italia, non possono essere considerati come semplici parvenus, considerato i mezzi e le armi dei quali essi dovettero già disporre in partenza per poter intraprendere imprese di così vasta portata[25]. Tuttavia, l’interpretazione fornita da Cuozzo, sembra quella più plausibile: i Normanni italiani non erano in origine “nobili”, la loro condizione dimilites non significava necessariamente appartenenza alla feudalità. La loro legittimazione non derivò dal possesso di terre, ma dall’esercizio delle armi, e attraverso tale professione essi giunsero , poi, al possesso delle terre e solo in un secondo momento, quando la conquista del Mezzogiorno permise ad alcuni di loro l’acquisizione delle terre, poterono assumere lo status nobiliare[26]. Dalle fonti si evince che sia in patria sia in Italia, molti tra loro svolgevano la militia in qualità di stipendiarii al servizio di vari signori. Tancredi d’Altavilla, capostipite della prolifica famiglia, durante la sua gioventù in Normandia, era “militaribus exercitiis deditus, diversarum regionum et principum curias perlustrans, multa strenue, laudis avidus, agendo, cum ipsa laude etiam plurima lucratus est”[27]. Tale attitudine fu continuata dai suoi figli che partirono per l’italia : “primo patria digressi, per diversa loca militariter lucrum quarentes”[28]. Ma è Gugliemo di Puglia che fornisce una descrizione attendibile dello status e delle aspettative di questi uomini quando dice che molti si lasciarono convincere  a partire dai compagni reduci da S.Michele “exiguae vel opes aderant quia nullae,/ Pars quia de magnis maiora subire volebant:/ Est adquirendi simul omnibus una libido[29]” . Possidenti, dunque, cadetti di famiglie nobili – ai quali, per dirla con Malaterra, le  risorse di famiglia: “inter plures divisam singulis minus sufficere”[30] - ma anche nullatenenti in cerca di fortuna accomunati dal   desiderio di accrescere le proprie fortune. E’ evidente che per la maggioranza di essi il costo dell’armatura completa del cavaliere era al di fuori della propria portata. Ed infatti, ancora molti anni dopo, se si tiene conto della testimonianza di Guglielmo, nella prima grande vittoria contro i bizantini essi ci appaiono ancora non tutti equipaggiati al completo[31].

              Le testimonianze iconografiche dell’Italia meridionale risalenti al XII secolo ci danno un quadro della panoplia normanna sostanzialmente identico a quello dell’Arazzo di Bayeux:  usbergo di maglia di ferro con cappuccio, lungo fino alle ginocchia e completato da gambiere anch’esse in maglia di ferro; casco a costole di forma appuntita con nasale; scudo a “mandorla”; spada da taglio; lancia pesante e relativo equipaggiamento del cavallo che permetteva un suo uso “in resta” con arcione posteriore, staffe, briglia e morso[32]. Ma ciò si riferisce ad un periodo quando, ormai, tale tipo d’equipaggiamento era universalmente adottato in tutta Europa. Ma come realmente stavano le cose agli inizi dell’XI secolo, e quindi al primo apparire dei Normanni nel Mediterraneo è difficile sapere. Di certo l’assetto del cavaliere normanno doveva essere anche nell’XI secolo caratterizzato da un completo equipaggiamento comprensivo di scudo, lancia, spada, casco e corazza di maglia, tanto che quando non tutti gli elementi erano presenti il cavaliere era ritenuto quasi nudo[33]. Ma la sicurezza con la quale si è attribuito in passato ai Normanni l’introduzione di nuovi armamenti e nuove tecniche vacilla oggi sotto i colpi di obiezioni mosse da più parti. Queste mettono in risalto come, in effetti , alcune di queste “innovazioni” fossero già conosciute dai Bizantini e addirittura forse i Normanni da essi le assunsero introducendole poi nel Nord. Tale probabilmente è la vicenda del cosiddetto scudo a mandorla[34]. Il fatto che le nostre fonti non facciano nessun particolare cenno circa un particolare armamento  dei Normanni, farebbe propendere per tale ipotesi. Infatti, queste, pur facendo spesso cenno al valore, al coraggio e ad altre virtù  guerriere dei Normanni, non evidenziano mai una loro superiorità nell’armamento nei confronti degli avversari. Addirittura, da Gugliemo di Puglia, si apprende che nel primo grande scontro vittorioso con i Bizantini (Olivento), ben pochi dei settecento cavalieri normanni erano muniti d’equipaggiamento completo[35]. D’altra parte, però, c’è da dire che le testimonianze di Anna Commena delineano la figura di un cavaliere armato pesantemente con scudo oblungo, lancia lunga, corazza di maglia e elmo con nasale, descrizione perfettamente combaciante con quella dell’arazzo di Bayeux, denotando un atteggiamento di stupore di fronte a cose assolutamente nuove per la propria cultura [36].

            Nell’intricato rebus degli armamenti nell’Italia meridionale dell’XI secolo il tassello più importante è rappresentato dagli scacchi d’avorio conservati a Parigi[37]. I bei pezzi del gioco sono stati genericamente attribuiti dagli storici dell’arte alla Sicilia normanna o alle botteghe salernitane dello stesso periodo, soprattutto per un’associazione con le formelle d’avorio del paliotto d’altare della città. Ma la datazione è stata fatta all’XI secolo proprio sulla base della presenza di scudi a mandorla attribuiti ai Normanni . In realtà, come segnalato da Nicolle, l’equipaggiamento dei soldati raffigurati nei pezzi del gioco rimanda a caratteristiche peculiari dell’ambiente eclettico longobardo meridionale, con influenze bizantine ed islamiche. In sintesi si può affermare che nei primi decenni dell’XI secolo, anni che videro l’apparizione dei primi cavalieri normanni in Italia, si evince un periodo di transizione caratterizzato dal perdurare di modelli locali basati su una commistione di elementi occidentali (longobardi), bizantini ed arabi che tende a mano a mano ad evolversi nella direzione del modello europeo, fenomeno  attestato, oltre che dagli scacchi anche da molte altri episodi iconografici[38].

Tattica della cavalleria

Le cronache descrivono  i Normanni quali abili combattenti addestrati sin dalla fanciullezza all’esercizio delle armi[39]. Come era consuetudine dei milites franchi, essi si sottoponevano ad un intenso addestramento militare, impartito all’inizio dal padre o da familiari e continuato con una sorta d’apprendistato presso qualche altro signore. Le testimonianze di Anna Commena ci forniscono un quadro dettagliato dello sgomento dei Bizantini di fronte a questi nuovi avversari e, di fatto, sul campo i Normanni si rivelarono imbattibili per tutti i loro avversari. A torto o a ragione questa invincibilità è stata attribuita alla capacità della loro cavalleria, equipaggiata pesantemente con usbergo di maglia, lungo scudo e lancia pesante,  di scompaginare le fila avversarie con cariche irresistibili.

            In tal senso, un primo dato che emerge con chiarezza e con costanza dalla lettura delle fonti è quello che sempre, al di là d’ogni considerazione per le forze in campo o per la natura del terreno, sono i Normanni ad assumere l’iniziativa. Anche quando essi sono in manifesta inferiorità numerica – e stando alle fonti, almeno quelle latine, questo accadeva sempre – loro è la prima mossa[40].  Mai, nella descrizione delle battaglie li si vede attendere l’attacco nemico sulla difensiva. L’unica seria eccezione sembra essere stata Dorileo, dove Boemondo e i suoi furono costretti a subire l’iniziativa degli arcieri a cavallo Selgiuchidi, contro i quali a nulla valeva tentare cariche ed inseguimenti, ma l’unica difesa restava quella di mantenere i ranghi ben serrati e compatti, evitando l’accerchiamento e attendendo che la foga e le frecce dell’avversario si esaurissero  prima di  passare al contrattacco. Esso resta , però, un episodio unico: infatti, anche negli altri scontri maggiori della prima crociata – ad esempio, le due battaglie che si svolsero intorno Antiochia – Boemondo applicò la sua tattica aggressiva. E fu proprio la crociata  a sancire l’affermazione di Boemondo come il più abile condottiero cristiano che impose a tutto l’esercito cristiano la sua visone tattica: atteggiamento eminentemente aggressivo teso ad assumere ogni volta fosse stato possibile l’offensiva e uso accorto della riserva per proteggersi dall’accerchiamento turco[41].

             Quest’aspetto della tattica normanna trova riscontro nella descrizione delle fonti circa lo slancio irresistibile e risolutivo della carica dei cavalieri. Dalle scarne testimonianze delle fonti latine, avare di particolari sulla dinamica delle battaglie, sembra di scorgere riferimenti alla tattica della carica di cavalleria. In Malaterra, in particolare, troviamo spesso delle espressioni che appaiono conforme a quelle d’altre fonti dello stesso periodo. I Normanni combattono sempre fortiter agendofortiter congredientes e lo scontro sembra di solito risolversi con una prima decisiva carica di cavalleria:  in primo congressu.[42] Ma è in Anna Commena che si trovano i riferimenti più espliciti alla forza della carica “celta”. Quello più famoso che ha spesso attratto l’attenzione degli storici è riferito all’invincibilità del normanno a cavallo recita :

“I Celti quando sono appiedati sono facilmente fronteggiabili. Un Celta a cavallo è irresistibile; potrebbe aprirsi la strada fino alle mura di Babilonia; ma se è  appiedato  rimane alla mercé di chiunque”[43].

             Da altri brani dell’Alessiade emerge nettamente il carattere irruente dei Normanni: Alessio Commeno, dopo i disastrosi esiti dei primi scontri sul suolo d’Epiro, si convinse che la prima carica della cavalleria normanna era “irresistibile” e dovette ricorrere ad alcuni accorgimenti per farle fronte[44]; il Guiscardo “credeva che il suo primo assalto potesse vincere ogni cosa”[45] e “nei suoi scontri col nemico aveva uno di due obiettivi: o passare attraverso con la sua lancia ogni uomo che gli resisteva, o perire con lui”[46]; a Larissa usò “la sua tattica consueta lanciando un attacco frontale” contro il centro dello schieramento avversario, dove vedeva il vessillo imperiale. E qui appare un’altra celebre definizione del cavaliere normanno :

“poiché finché resta in sella, il guerriero normanno è reso formidabile dal suo slancio e dal suo aspetto; ma allorquando è smontato, sia la mole del suo scudo che gli speroni delle sue calzature, e la sua andatura goffa, lo rendono facile da battere, ed egli è completamente diverso da come era in precedenza, come se anche l’ardore del suo coraggio fosse svanito” [47].

            In altri episodi raccontati da Anna si rintraccia l’importanza che per i Normanni rivestiva il ruolo della cavalleria nell’economia della guerra. Quando, ad esempio, descrive le virtù guerriere del cognato, il nobile Niceforo Euforbeno:

“Sapeva veramente vibrare la lancia e proteggersi con lo scudo. Visto a cavallo, non sembrava un bizantino, ma piuttosto un Normanno. A cavallo questo giovane era effettivamente un prodigio della natura”[48].

              Oppure quando descrive l’episodio di  Laodicea, nel quale – nel quadro del conflitto accesosi con i bizantini dopo che Boemondo s’era autoproclamato signore di Antiochia – questi fa distruggere i vigneti intorno alla città da lui difesa, per dare campo libero alle cariche della sua cavalleria[49].

             L’interpretazione della tattica della carica di cavalleria resta indissolubilmente legato al problema dell’uso della lancia. I modi di usare tale arma da cavallo erano vari: brandirla dall’alto con una sola mano e con essa colpire, lanciarla, tenerla saldamente con due mani su di un fianco oppure in “resta” [50]. Gli studiosi sono divisi circa la data della sua adozione di massa. Infatti, di certo, non si può negare che essa sia stata presente a livello di singoli combattenti, affiancata quindi ad altri tipi, già da molto tempo. Il problema dibattuto, però, resta quello di quando sia cominciato il suo uso di massa, organizzato, da parte di intere  formazioni, la qual cosa rappresentò la vera novità tattica. Secondo alcuni essa è da collocare alla metà del XII, mentre per altri, alla seconda metà del XI[51]. L’Arazzo di Bayeux rappresenta bene tale momento di passaggio, infatti i cavalieri ivi raffigurati usano la lancia sia brandendola che in resta. Il periodo qui preso in esame si colloca proprio nel momento di transizione di tale tecnica e nelle nostre fonti non si trovano riferimenti molto espliciti al proposito. Solo in Anna Commena si trova spesso il riferimento alle “lunghe lance dei Celti” associato a quello della forza delle loro cariche di cavalleria. Se si accetta per buona tale testimonianza si deve concludere che un tale tipo di lancia (lunga) non poteva altrimenti essere usata che in resta[52]. Nell’iconografia dell’Italia meridionale i riferimenti espliciti risalgono alla metà del XII sec. visibili in alcuni capitelli delle cattedrali (Cuozzo); lo stesso dicasi per le fonti letterarie[53].

            Da una prima lettura, quindi,  sembrerebbe emergere un’immagine della tattica normanna basata essenzialmente sull’uso di una  cavalleria pesante il cui urto frontale risolveva gli scontri in un breve volger di tempo. Se si confronta, però, tale realtà con quella delle recenti teorie sul problema della cavalleria medievale – tutte centrate, purtroppo, solo sullo scenario anglo-normanno – si potrà forse cogliere qualche elemento di distinzione.

            Secondo tali letture  l’immagine del cavaliere medievale e della sua invincibile carica come elemento assolutamente predominante dei campi di battaglia, è totalmente da rivedere. Bradbury, ad esempio dimostra come nelle principali battaglie successive ad Hastings, sia sul suolo inglese che su quello francese, i cavalieri erano usi combattere appiedati[54]. Ghillingham analizzando le vicende di Riccardo Cuor di Leone, dimostra come, in effetti, questi non era il tanto decantato irruente generale, bensì un accorto comandante che preferiva la guerra d’attrito e di logoramento alle battaglie campali, confutando in tal modo il “mito” della guerra medievale come fatta esclusivamente di travolgenti cariche di cavalleria[55]. Secondo Bachrach  l’epica letteraria, in quanto espressione della classe nobiliare, ha contribuito a creare il mito dell’ “esercito feudale ” nel quale  i cavalieri avrebbero ricoperto il ruolo fondamentale: in realtà costoro non rappresentavano l’elemento tattico dominante nella guerra medievale, e spesso combattevano appiedati. Inoltre, la traduzione di  miles con cavaliere è certamente errata. Meglio rende il concetto, la parola guerriero intendendo un combattente poliedrico capace di combattere a cavallo come a piedi. Infatti, il combattimento a piedi era utile nel caso di assalti o difese di fortezze e il cavaliere smontava anche per dimostrare la sua decisone a combattere fino in fondo senza tentazioni di fuga a cavallo lasciando in pericolo i fanti[56].  A suo parere, in genere, una carica di cavalleria lanciata frontalmente contro una massa di fanteria ben organizzata era destinata al fallimento. Il modo corretto di gestire la cavalleria era quello usato ad Hastings: valido supporto di arcieri e balestrieri per fiaccare la coesione del nemico, finta ritirata per attirare i fanti fuori dalle proprie posizioni ed affrontarli singolarmente, attacchi di fianco. Sempre secondo Bachrach, lo stesso concetto d’esercito feudale non regge alla realtà dei fatti, in quanto appare poco credibile che l’attività bellica potesse reggersi esclusivamente su eserciti reclutati sulla base di un obbligo di 40 giorni, tempo questo insufficiente a condurre campagne di un certo respiro, ed in realtà gli eserciti medievali erano costituti in prevalenza da masse di fanti, arcieri balestrieri e combattenti a cavallo assoldati. Questi, insieme alla massa d’uomini addetti, per esempio, alle macchine d’assedio o ad altre incombenze necessarie alla conduzione della guerra, rappresentavano il multiforme aspetto degli eserciti medievali e solo all’interno di questo quadro si può e si deve intendere la partecipazione dei cosiddetti cavalieri[57].

             Tornando ora alle vicende dei Normanni meridionali, ci si accorgerà che, in realtà, alcuni elementi individuati dagli studiosi anglo-americani possono favorire una lettura diversa e più attenta degli avvenimenti. Ci si renderà conto, quindi, che anche in questo caso il mitico assalto frontale della cavalleria non era poi la sola arma risolutiva dello scontro; che anche  i cronisti locali, come i loro colleghi del resto d’Europa, sono scarsamente attendibili a causa della loro propensione all’elogio encomiastico della “classe” dei cavalieri,  rendendo sempre poca giustizia alla effettiva composizione degli eserciti; che anche nel nostro caso i pedites sono sempre citati solo en passant e il merito delle vittorie, nonché dello svolgimento dell’azione è sempre seguito con l’occhio rivolto ai milites o peggio ancora ai loro capi.

            Ad esempio, circa la questio del combattimento appiedato, per le vicende qui esaminate non abbiamo evidenze dirette circa tale costume e solo nel caso delle truppe tedesche che costituivano il nerbo dell’esercito papale a Civitate troviamo un esplicito riferimento ad un modo di combattere appiedato[58]. A leggere bene le fonti, però, si trova nell’episodio della battaglia sull’Olivento che le due ali di fanteria normanna – schierate quale rifugio per la cavalleria in caso di ritirata – erano appoggiate da alcuni cavalieri al fine di garantire una maggiore tenuta[59]. Anche se Guglielmo non lo dice esplicitamente, tali cavalieri , dovevano essere certamente appiedati, e in questo tipo di tattica si riscontra un’analogia da non sottovalutare con gli episodi nord-europei. Altri episodi simili sono da segnalare durante la prima crociata: a Dorileo quando i cavalieri di Boemondo debbono resistere alcune ore agli attacchi degli arcieri turchi appiedati e mescolati ai fanti, costituendo il muro di scudi; o nella battaglia fuori le mura di Antiochia – dopo che la città era già stata presa dai crociati -  quando questi uscirono in massa dalle mura per attaccare i musulmani e la maggior parte dei cavalieri combatterono appiedati[60]. In realtà, anche da noi quando i Normanni trovano di fronte forze di fanteria ben addestrate e determinate a poco valevano le  cariche frontali della loro cavalleria. Così come ad Hastings – dove il muro di scudi sassone fu infranto solo dopo una giornata di logoramento ad opera degli arcieri e disgregato dalle finte ritirate dei cavalieri – anche a Civitate la falange teutonica resisté validamente agli assalti frontali normanni finché non fu attaccata ai fianchi e alle spalle[61]. A Cerami per tre volte le cariche dei Normanni non riuscirono a vincere la salda resistenza dei fanti musulmani, finché non decisero di aggirare l’ostacolo volgendosi contro l’ala tenuta dalla cavalleria avversaria[62]. A Durazzo l’ala sinistra di Roberto che subito aprì lo scontro caricando impulsivamente, fu messa in rotta dai Variaghi; e solo successivamente, l’intervento della fanteria “italiana” sul fianco lasciato scoperto dall’avanzata troppo repentina di questi ultimi,  riuscì a capovolgere le sorti della battaglia[63]. Non a caso, nei successivi scontri con gli eserciti bizantini, la cavalleria normanna dovette fare i conti con un’accresciuta capacità di resistenza dell’avversario, che reso edotto dalle precedenti esperienze, elaborò una serie d’espedienti per arginare la loro carica. A Joannina in due successivi scontri con Roberto, Alessio usò in un primo momento uno sbarramento di piccoli carri che lanciati in discesa dovevano rompere le fila dei cavalieri lanciati all’attacco, nel secondo scontro invece, fece cospargere il terreno con triboli di ferro per perforare gli zoccoli dei cavalli. Nonostante tali stratagemmi in tutte e due i casi i Normanni  risultarono vittoriosi, ma  solo a condizione che dovettero rinunciare alle cariche frontali, aggirando gli ostacoli attraverso la boscaglia e attaccando, quindi,  non frontalmente, ma sui fianchi[64] . L’attacco frontale presentava grossi rischi sia per il cavaliere che per il cavallo: bene quest’ultimo, di raro valore per il combattente che difficilmente rischiava di perderlo senza una ragione precisa. Durante gli scontri sotto le mura di Napoli Riccardo di Capua dovette convincere i suoi cavalieri a combattere con più decisione contro i napoletani, promettendo loro di risarcirli con una cavalcatura migliore se  la propria fosse caduta in battaglia[65].

             I Normanni e i loro capi, quindi, erano ben coscienti di come la semplice carica di cavalleria lanciata frontalmente non bastasse ad avere ragione del nemico, e che bisognava adottare accorgimenti tattici più raffinati: attacchi sui fianchi, supporto della fanteria, e, soprattutto, manovre tese ad allentare e sfilacciare lo schieramento avversario. Una di questa era la cosiddetta finta ritirata , già ricordata nel caso di Hastings. Un primo esempio di tattica della finta ritirata ad opera dei Normanni meridionali  lo si ritrova nell’azione di Ruggero contro Messina nel 1060, così descritta dal Malaterra: “primo timore simulato, cum eos longius ab urbe seduxisset, impetu facto, acerrime super eos irruens, in fugam vertit”[66]. Altro esempio di simulato timore messo in atto dai conquistatori di Sicilia, si registra a Castrogiovanni nel ’63, quando Ruggero, saputo dell’arrivo di nuovi rinforzi africani, decide di provare la loro consistenza attaccandoli davanti alle mura della città e il nipote Serlone viene inviato con trenta cavalieri a “provocare” gli Africani, mentre egli col resto delle truppe si apposta in imboscata[67]. In un episodio della battaglia di Durazzo Anna descrive chiaramente questo tipo di tattica usato da parte di Roberto , quando tra i due eserciti schierati uno di fronte all’altro questi  “mandò un distaccamento di cavalleria con ordine di manovrare in modo che alcuni dei Romani fossero attirati fuori dalle loro line “[68]. La capacità di eseguire questo tipo di manovra, che presentava un notevole rischio di trasformare la ritirata da simulata in vera, era reso possibile solo da un certo grado di addestramento nel ritirarsi , raggrupparsi e riattaccare di nuovo. Tali capacità vengono riportate dai moderni studiosi come esempi di perizia tattica, in polemica con quanto sostenuto dagli storici militari degli inizi del secolo che vedevano nelle armate medievali un’accozzaglia di uomini e cavalli senza ordine e disciplina, frutto di un’epoca nella quale il senso dell’arte militare classica era andato del tutto perduto e dove il  modo di combattere seguiva impulsi istintivi, senza regole e disciplina[69].

             In realtà i comandanti normanni sapevano bene applicare i due principi tattici fondamentali della condotta di guerra: dividere l’esercito in più piccole unità, schierandole in un determinato ordine, e mantenere la formazione di cavalleria il più possibile compatta, fino all’urto finale col nemico. Ed infatti, un tipo di schieramento su due linee sembra venisse spesso usato, con una prima linea d’attacco e una seconda di rincalzo[70], mentre l’uso della riserva sembra essere stata una caratteristica costante del comando di Boemondo durante la crociata[71].

            Certo, non possiamo affermare con certezza che i capi normanni avessero letto e applicato i precetti di Vegezio[72], ma sarà bene segnalare un caso di sorprendente affinità tra le prescrizioni del teorico romano e la tattica normanna. A Civitate, di fronte all’esercito papale, i Normanni adottano uno schieramento che,  sembra tratto alla lettera da Vegezio. Infatti, i dettami militari di quest’ultimo prevedevano sette diverse forme di schieramento. Il secondo di questi – a parere dello stesso autore, il migliore – era detto “obliquo” e si sviluppava col seguente schema: mentre l’ala sinistra veniva tenuta lontano dall’opposta ala avversaria, in funzione di riserva, all’ala destra – costituita “cum equitibus optimis, et probatissimi peditibus” – veniva affidato il compito dell’attacco principale contro l’ala sinistra nemica, affinché travolgendola con la propria forza potesse, poi prendere il nemico alle spalle.[73] Ebbene, stando al testo di Guglielmo, i Normanni schierarono all’ala destra il meglio delle loro truppe (“clara cohors equitum”) guidate da Riccardo d’Aversa, opposte all’ala sinistra tenuta dagli Italiani[74], e mentre il centro si opponeva ai teutonici, l’ala sinistra guidata da Roberto, era mantenuta di riserva in posizione arretrata: “Ut succurendum cum viderit esse, paratus/ Auxilio properet sociis, viresque reformet.”[75]. Lo svolgimento della battaglia sembra seguire la descrizione di Vegezio, con l’ala sinistra italiana travolta da Riccardo d’Aversa, il quale rientrato dall’inseguimento (“Patrata rediens ingenti caede Ricardus/ Ausoniae gentis”)[76], piomba alle spalle dei Tedeschi che ancora resistevano determinando la vittoria finale (“Addita victoris, magnae fit causa ruinae/ Hostibus”)[77].

             Se è vero che nelle armate medievali non c’erano rigide suddivisioni in corpi e unità via via più piccole, come accadeva in ambito bizantino, è pur vero che i cavalieri erano organizzati in unità tattiche sotto il comando di un signore composte da 20 a 30 uomini.[78]. L’addestramento veniva condotto sulla base di queste piccole unità – sotto la direzioni di “ufficiali” preposti allo scopo, i  magistri belli - le quali, poi. andavano a costituire armate più grandi[79]. Già Amari aveva rintracciato all’interno delle fonti meridionali segni di questo tipo di organizzazione osservando che la compagnia tipo dei Normanni era composta da 25 a 80 uomini, condotta da un capitano eletto che amministrava il capitale sociale e assoldava gli uomini[80]. In realtà la seconda cifra sembra poco realistica, ed è tratta da Amato, il quale riferisce che dopo la battaglia di Canne rimasero “se non cinc cent et VI grant homme de li Normant”[81]. Altri brani però ci riconducono alla cifra più plausibile di 25. Si veda l’episodio di Trostaino che viene lasciato con 24 uomini al servizio dell’abate di Montecassino[82]; ma soprattutto quello di Melfi nel ’41, dove Rainulfo invia contro i possedimenti bizantini di Puglia trecento uomini sottoposti al comando di dodici conti scelti in base al lignaggio, all’età e la limpidezza di condotta, che s’impegnano a spartirsi equamente le terre eventualmente conquistate [83]. Qui il rapporto tra i 12 capi e i 300 cavalieri rende perfettamente l’ipotesi, nonostante altre interpretazioni diano un valore prettamente simbolico al numero dodici[84]. Chiaramente la cifra 25 è solo indicativa e poteva variare a seconda delle circostanze, altri riferimenti, infatti,  ci conducono ad individuare un certo rapporto numerico tra cavalieri e capi: nel caso della  spedizione crociata, l’esercito normanno contava 500 cavalieri con 26 capi  (500/26 = circa 20); Tancredi d’Altavilla, in Normandia, aveva al suo servizio 10 milites[85]; Roberto il Guiscardo giunse in Italia con 5 cavalieri e 30 fanti[86]; l’avanguardia guidata da Serlone a Cerami contava 36 cavalieri [87] . Queste unità tattiche sotto la guida di un capo si raccoglievano intorno ad un vessillo particolare, che costituiva il mezzo di riconoscimento e di raggruppamento durante le battaglie. Ed, infatti, la cifra 25 rapportata al vessillo, si ritrova nel già citato episodio di Sora dove i Normanni schierano 25 uomini con un portabandiera che, unico, rimarrà ucciso[88].

            Anche per quanto concerne la carica della  cavalleria si potrà osservare che essa aveva delle sue regole e non  poteva essere lanciata indiscriminatamente senza un ordine e una preparazione predeterminate. Ciò si evince soprattutto nei frangenti del confronto con gli arcieri a cavallo orientali. I Normanni italiani impararono presto come comportarsi nei loro confronti. Già nella prima spedizione d’Epiro, a Butrinto – dove un’avanguardia bizantina composta da duemila arcieri a cavallo turchi guidati da Basilio Mesopotamite intercettò un presidio facente parte dell’armata del Guiscardo – i Normanni resistettero agli attacchi degli arcieri serrando i ranghi e poi partendo all’attacco: ” Unanimes statuunt, et convertuntur in hostes,/ Gente coartata, quo prevalere paratu”[89] . L’esperienza fatta contro i Turchi al servizio dei Bizantini si rivelerà preziosa qualche anno dopo  per  il corpo di spedizione di Boemondo e per l’intero esercito crociato. Soli tra tutti gli armati cristiani, infatti, essi potranno vantare una conoscenza diretta di questi avversari, fattore, che insieme alla già citata capacità del comandante, renderà il pur numericamente ristretto corpo dei Normanni meridionali  il più agguerrito dell’intera spedizione[90]. Ed un  primo assaggio, di quella che poi sarà la tattica usata dai crociati in Anatolia per neutralizzare gli arcieri a cavallo, si ebbe già durante la marcia di avvicinamento a Costantinopoli, sul fiume Vardal[91]. Qui appare evidente la tattica dei cavalieri di  resistere alla pioggia di frecce: bisognava avvicinare gli arcieri a cavallo “non cursim, non rapide, non saltim; sed pedetentim” – quando le frecce erano ancora scagliate da lontano e quindi meno pericolose – e poi, quando si giungeva più vicini e il tiro diventava più insidioso, caricare al galoppo cercando lo scontro ravvicinato [92]. Del resto, l’avanzare all’inizio lentamente e poi lanciare i cavalli al galoppo era una consuetudine valida anche quando si fronteggiavano altri tipi di unità. Si trattava di un accorgimento comune alle diverse culture militari: i cronisti delle crociate, ad esempio,  usavano i termini  gradatim, paulatim, pedetemptim, gradu lento per descrivere questo tipo di avanzata[93]. Anche i manuali bizantini insistevano sul modo di condurre la carica di cavalleria in modo ordinato e all’inizio con passo lento (kalpa) per poi lanciare il galoppo dopo che gli arcieri nemici avevano scagliato la prima salva di frecce. Questo allo scopo di assicurare il mantenimento della formazione fino all’impatto col nemico[94] e, forse, i Normanni per la prima volta appresero tale tecnica durante il servizio in Sicilia al seguito di Maniace; qui, infatti, durante l’attacco su Messina, furono istruiti dal generale bizantino a muovere “legionibus ordinatis paulatim uti mos est bellantium”[95].

             Un altro errore da non commettere è quello di credere che le armate di cavalieri avessero un alto grado di mobilità. In realtà l’apparente maggiore capacità negli spostamenti della cavalleria era condizionata dalla necessità di mantenere il contatto con la fanteria nelle marce di avvicinamento. La cosa è attestata con chiarezza nell’episodio della marcia del Guiscardo da Messina appena conquistata verso l’entroterra siciliano, durante la quale i cavalieri sono spesso costretti a fermarsi per attendere i fanti[96] .

            Tirando le somme, dunque,  si può affermare che negli eserciti dei conquistatori normanni i guerrieri montati certamente rappresentavano il corpo d’èlite degli eserciti medievali, ma così come i corpi d’èlite degli eserciti moderni hanno bisogno per funzionare del supporto degli altri corpi: fanti, genieri, artiglieria ecc. ecc. allo stesso modo i cavalieri avevano bisogno dell’esercito composto in gran parte da fanti, arcieri, balestrieri ecc. Purtroppo il silenzio delle fonti ci lascia solo qualche flebile traccia per tentare una ricostruzione del ruolo effettivamente svolto  da questi ultimi.

Fanteria

Chi erano i fanti normanni? Di certo, si doveva trattare soprattutto di uomini reclutati nei territori conquistati: la capacità dei conquistatori, infatti,  fu proprio quella di riuscire ad aggregare sotto il proprio comando masse di uomini locali, affidando loro il considerevole ruolo di supporto di fanteria alla propria cavalleria pesante. Così il Guiscardo, ad esempio,  costituì il nerbo del suo primo esercito, con il quale intraprese la conquista della Calabria, con 60 Slavi, probabilmente Bulgari disertori dell’esercito bizantino al cui seguito erano giunti nella regione [97]. Più tardi reclutò nella città di Cosenza conquistata cittadini particolarmente abili nel combattimento di fanteria, per usarli nella guerra civile che lo opponeva ai conti ribelli[98]. Da questi gruppi, egli poi sceglieva i migliori che venivano elevati al rango di cavalieri: “de peditibus sui equites fecit”[99]. Il processo di reclutamento ed inglobamento delle forze locali era già iniziato durante gli esordi delle imprese normanne nella regione: dopo la disfatta subita a Canne i Normanni superstiti avevano accolto tra le proprie file elementi turbolenti del vicinato e “moribus et lingua, quoscumque venire videbant,/Informant propria, gens efficiatur ut una”[100]; e già nel 1076 il Guiscardo aveva condotto all’assedio di Salerno un esercito costituito “de troiz manieres de gent: c’est de Latin, de Grex et de Sarrazin”[101]. Tale processo continuò fino a raggiungere il culmine con la completa conquista della regione, quando l’integrazione tra le forze locali e quelle dei dominatori normanni divenne stabile e definitiva. Con il varo delle prime grandi spedizioni d’oltremare condotte da eserciti misti,  si delineò la divisione tra l’elemento franco-normanno costituente il nerbo delle forze di cavalleria e quello indigeno che forniva la fanteria e i marinai. L’impresa d’Albania del Guiscardo vide la  coscrizione di moltitudini di fanti reclutati in massa nelle regioni meridionali. Le fonti forniscono un quadro di tali truppe alquanto negativo: Guglielmo di Puglia ed Anna Commena descrivono la drammatica coscrizione di uomini, vecchi e bambini, mentre Malaterra parla di “imbecille vulgus”. Da queste e da altre esperienze analoghe derivava probabilmente il giudizio dei cronisti filo-normanni che – accomunando genericamente Pugliesi, Calabresi, Longobardi – li dipingevano quali pusillanimi, poco affidabili per perizia militare e per fedeltà [102]. Più tardi, però, Rodolfo di Cahen, paragonando la spedizione crociata a quella d’Epiro, delineerà un quadro di un esercito all’interno del quale la divisione dei ruoli tra le diverse componenti etniche era ben precisa:  “Olim quippe ei milites Normannia, Longobardia pedites suggerebat: Normanni qui vincerent; Longobardi qui numerum augerent, in bella trahebantur”[103]. Anche l’anonimo autore della Historia Sicula esce dal coro dei giudizi sprezzanti e nota come i meridionali non mancassero di  forza e coraggio, bensì solo d’esperienza militare; e aggiunge che quando i Normanni cominciarono a rafforzare le proprie posizioni nella Puglia conquistata ai Bizantini, imitando il valore normanno, divennero ottimi soldati che andarono ad ingrossare le fila dei conquistatori[104]. Il reclutamento di forze locali avveniva sia per coscrizione che per soldo e l’arruolamento di mercenari o stipendiariiera frequente, come, ad esempio, quando Ruggero, durante le lotte intestine coi fratelli,  rapinati alcuni mercanti: “hac pecunia roboratus – largus distributor – centum sibi milites allegavit”, o quando nel ’62 munì l’appena conquistato castello di Petralia (PA) con “milites et stipendiarii”[105].

             Tra le scarse  notizie circa l’impiego tattico della fanteria nelle battaglie sostenute dai Normanni meridionali, sono da segnalare due episodi importanti. Il primo riguarda la già menzionata battaglia dell’Olivento, per la quale Guglielmo di Puglia riferisce chiaramente della disposizione delle due ali di fanteria schierate a copertura dei fianchi; l’altro, la battaglia di Durazzo. Qui,  il ruolo della fanteria fu determinate. Infatti, come in parte già menzionato, la carica della cavalleria schierata all’ala sinistra della formazione normanna, si infranse contro il muro di scudi dei Variaghi sassoni, trasformandosi in una pericolosa rotta. E solo grazie all’intervento della fanteria lo scontro fu risolto favorevolmente.

            Un discorso a parte meritano i problemi, strettamente connessi, dell’impiego di truppe musulmane e dell’uso di arcieri e balestrieri negli eserciti normanni. L’uso di truppe musulmane, che diverrà poi una costante degli eserciti del regno normanno-svevo, comincia già quando la conquista della Sicilia non era ancora ultimata, per proseguire sempre più massiccio negli anni seguenti[106]. Il grosso di tali truppe era costituito certamente da arcieri appiedati, cosa che troverà un riscontro dettagliato nelle successive esperienze dei periodi svevo e angioino. L’impiego di tali unità verrà a coprire negli eserciti normanni la carenza di corpi di arcieri “professionisti”. Infatti, le notizie circa l’utilizzazione di arcieri indigeni nelle prime imprese normanne sono scarse e da esse traspare spesso l’improvvisazione che caratterizzava l’impiego di tali forze[107]; mentre successivamente l’elemento franco-latino degli eserciti meridionali, dimostrò una crescente predilezione per l’uso della balestra a discapito dell’arco[108].

Battaglie e assedi

Secondo Chalandon i Normanni al loro arrivo in Italia erano alquanto a digiuno di tecniche ossidionali, cosa che si evincerebbe dal lungo protrarsi dei primi assedi da essi condotti, e solo in secondo momento acquisirono una certa perizia in tale campo[109]. In realtà non è affatto certo che il protrarsi degli assedi fosse dovuto ad una incapacità di opporre alle solide mura delle città meridionali[110] adeguati congegni e tecniche d’assedio. Infatti, la forma peculiare della tattica normanna di solito non prevedeva un vero e proprio assedio, bensì una sorta di blocco della fortezza o città da conquistare che si concretizzava con la costruzione di uno o più castelli di legno dai quali gli assedianti conducevano le operazioni di devastazione del retroterra nemico e d’interruzione delle linee di rifornimento. Solo quando gli assediati erano ormai indeboliti dalla fame allora  si passava all’attacco finale.  Molti sono a tale proposito gli episodi descritti dalle fonti: in Amato, ad esempio, quasi sempre la descrizione di un assedio si apre con la frase “fist chastel et fissa pavillon” ; e tale tecnica la si riscontra negli assedi di Capua, Troia, Bari, Corato, Napoli e Salerno[111]. Il sistema di costruzione di “contro-castelli” appare ben documentato anche per la conquista dell’Inghilterra, per la quale Morillo mette in risalto la funzione di proseguire il blocco della fortezza assediata con un minimo di uomini, permettendo così al grosso delle forze di condurre la campagna di largo respiro[112].Dalle fortificazioni all’uopo costruite i Normanni conducevano la loro guerra preferita di saccheggio e devastazione delle risorse del nemico. Numerosi sono gli esempi di questo modo di condurre la guerra forniti dalle fonti e sarebbe impresa ardua cercare di enumerarli[113], ma anche in questo caso si è tentati di cogliere un riferimento a Vegezio, ed in particolare ad un  suo fondamentale principio strategico: “In omni expeditione unum est et maximum telum, ut tibi sufficiat victus, hostes frangat inopia”[114].

            La costruzione di fortificazioni più stabili in muratura, seguiva di solito la presa di una città. Questa sembra essere una costante meticolosamente messa in opera dal Guiscardo o da Ruggero, essi evidentemente, preferivano oltre che occupare le piazzeforti già esistenti, crearne altre ex-novo, quasi come simbolo di affermazione del potere dei conquistatori, con lo scopo precipuo di garantire una stabile base operativa per le proprie forze posta al di fuori del centro cittadino – sentito ancora come territorio ostile – al fine di stabilire il controllo sulla popolazione [115]. In effetti, tale modo di condurre la guerra corrisponde del tutto ai caratteri ben noti delle analoghe esperienze del Nord-Europa dello stesso periodo: assedi, saccheggi, devastazioni delle risorse agricole tesi a prendere per fame i castelli o le città. L’assedio in piena regola era, infatti, un ‘eccezione in quanto richiedeva risorse ingenti in uomini , macchinari e viveri necessari tanto agli assedianti quanto agli assediati. La guerra di rapina e saccheggio era invece molto più economica  e permetteva di raggiungere il medesimo scopo con minori costi[116]. Volendo tracciare un parallelo con le analoghe esperienze coeve dei Normanni del nord, si vedrà che i metodi di guerra di Guglielmo il Conquistatore furono gli stessi. Sia in Normandia che durante la conquista dell’Inghilterra egli preferiva allo scontro campale o all’assedio prolungato, la guerra di saccheggio. Così Guglielmo di Poitiers attesta tale attitudine: “Questo era il suo metodo preferito di conquista. Egli seminava il terrore nella regione con le sue frequenti e lunghe invasioni; devastava vigneti, campi e raccolti; egli assediava le piazzeforti dei dintorni e dove necessario lasciava in essi delle guarnigioni; in breve incessantemente infliggeva innumerevoli calamità sulla regione”[117]. In effetti, dopo l’exploit di Hastings, la conquista dell’Inghilterra proseguì con una lenta guerra di attrito e di logoramento basata da una parte sul saccheggio delle risorse nemiche, dall’altra sulla costruzione di castelli quali teste di ponte per controllare il territorio mano a mano conquistato[118]. Va rilevato, però, che i Normanni meridionali dimostrarono ottime doti anche nella costruzione di macchine e d’ingegni d’assedio e in tale campo Malaterra ce li descrive come doctissimi artifices[119]. Ma probabilmente essi non inventarono niente di nuovo in tale campo data la già vasta esperienza sia dei Bizantini che dei Longobardi, i quali già prima della loro venuta in Italia avevano sempre dato prova d’abilità nella poliorcetica. Emblematico è il caso del Longobardo che, nel corso della prima crociata,  risolve l’assedio di Nicea costruendo una formidabile torre di legno[120]. E la torre di legno mobile era il principale strumento d’assedio usato dai Normanni negli assedi “attivi”. Nel 1042, a Trani, l’assedio della città durò trentasei giorni durante i quali gli assedianti misero in opera un’enorme torre di legno “qualis humanis oculis nusquam visa est modernis temporibus”[121] oltre ad  altre macchine d’assedio quali “tractareas, manculas et berbices”[122]. All’assedio di Durazzo Roberto fece costruire un’enorme torre di legno mobile più alta delle mura della città protetta ad ogni angolo da pelli di animale per evitare che vi fosse appiccato il fuoco; alla sua sommità c’erano macchine per lanciare pietre e all’interno 500 uomini[123]. E’ interessante notare l’analogia tra tale ordigno e una torre d’assedio lignea descritta in un manoscritto bizantino dell’XI secolo, una copia del quale è risultata poi essere presente nella biblioteca di Ruggero II[124]. All’assedio di Bari, Roberto fece costruire vicino alle porte dei crates (“vigne”) al riparo delle quali i soldati restavano in permanente assedio delle porte, oltre ad una torre di legno con due petriere per attaccare le mura[125] .

             In definitiva si può affermare che nell’economia generale dell’andamento della conquista le grandi battaglie appaiono come sporadici episodi rispetto al gran numero di scaramucce, assedi e saccheggi che la caratterizzarono. Nei circa cinquant’anni durante i quali si svolse la conquista del Mezzogiorno d’Italia le fonti registrano con dovizia di particolari cinque grandi battaglie campali: le tre battaglie del ’41-‘42 in Puglia, la battaglia di Civitate e le due di Sicilia (Cerami e Castrogiovanni). A fronte di questi grandi avvenimenti le cronache e gli annali registrano laconicamente decine e decine di scontri, scaramucce ed assedi (di questi, tre furono di gran rilievo: Palermo, Bari e Salerno) dei quali si limitano ad indicare l’anno e il luogo. Per alcuni di essi a volte le fonti indicano il piccolo numero di uomini impegnati: anche in mancanza di cifre, però, la differenza con la quale questi sono trattati rispetto agli avvenimenti maggiori – per i quali vengono forniti cifre e descrizioni alquanto particolareggiate – è indice della scarsa importanza e dello scarso impatto che questi eventi ebbero sulla società dell’epoca. Essi erano ormai fatti quotidiani, di normale amministrazione che meritavano solo un breve accenno negli annali.

            Le grandi battaglie, solitamente, aprivano le campagne di conquista: risolto lo scontro queste ultime proseguivano con una lunga serie di piccoli scontri, lunghi assedi e guerra di saccheggio. Così in Puglia dove, dopo le tre grandi battaglie del ’41, la conquista normanna procedette lentamente per 30 anni fino alla caduta di Bari e dove la situazione appare complicata dalle varie rivolte scatenate dai nobili normanni restii ad accettare la supremazia del Guiscardo. Tali rivolte s’intrecciarono con i tentativi bizantini di recuperare i territori pugliesi, dando vita a complessi e confusi avvenimenti militari e diplomatici e ad ulteriori episodi di piccoli scontri, assedi e guerra di saccheggio. A tale proposito è interessante notare come in tali frangenti l’etica guerriera dimostrava una particolare propensione alla lealtà ed al rispetto del nemico-amico, appartenente allo stesso sangue e allo stesso rango[126]. Quando però lo scontro assumeva carattere di grosse campagne tese alla conquista di una regione, e quando ai cavalieri normanni si opponeva non già il singolo signore Longobardo o qualche altro della propria stirpe, bensì gli eserciti imperiali o musulmani, allora la guerra assumeva le caratteristiche di scontro senza quartiere.

             La strategia della guerra di saccheggio, oltre che dal principio strategico di intaccare le risorse dell’avversario,  era dettata anche dal bisogno di sostenere le armate in guerra che altrimenti sarebbero rimaste prive di rifornimenti. Le azioni di foraggiamento e di saccheggio coincidevano e ciò che per gli attaccanti era foraggiamento per gli attaccati diventava saccheggio[127]. In tali azioni, inoltre si rivelava il ruolo fondamentale della cavalleria, con l’apparente paradosso che in questi casi – al di là delle rappresentazioni oleografiche delle fonti che la volevano combattere sempre a viso aperto contro i propri avversari – si occupava, in realtà, di faccende molto più umili e sporche. E qui appare evidente che le doti di mobilità della cavalleria  risultavano in tali frangenti di estrema utilità, forse ancor più che negli scontri campali [128].

            Il discorso sul foraggiamento conduce immediatamente ad un aspetto fondamentale della guerra in tutte le epoche: la logistica. Nel nostro caso l’organizzazione logistica doveva essere alquanto scarsa: apparentemente le armate normanne in campagna, non erano seguite da reparti organizzati di sussistenza paragonabili al tuldon bizantino. Amato, ad esempio, registra che nella battaglia di Montemaggiore i Normanni catturarono tutti i carriaggi che i Greci erano usi portare sempre in battaglia, rilevando una certa meraviglia nei confronti di una pratica sconosciuta ad un osservatore latino[129].  Di fatto, i manuali tattici bizantini prescrivevano come elemento indispensabile dello schieramento delle armate, il tuldon, cioè l’insieme dei carriaggi contenenti i rifornimenti gestiti da un apposito reparto e scortato da altri che stazionavano alla retroguardia. In realtà, però, va tenuto presente che nell’esempio indicato, e come sempre accade durante la conquista italiana, i Normanni combattevano su un territorio dal quale essi traevano , attraverso l’azione di saccheggio sistematica, il necessario sostentamento delle proprie truppe. I Bizantini, al contrario, combattevano sul suolo amico e non potevano certo contare su tale espediente: le armate, quindi, dovevano essere autosufficienti. Nel caso, invece, delle grandi spedizioni quali quella d’Epiro o la stessa Crociata, essendo la madrepatria lontana, gli invasori si preoccupano di caricare sulle navi muli ed altre bestie da soma per trasportare i rifornimenti necessari. Il problema del vettovagliamento rimase un problema cruciale , ad  esempio, durante la marcia di avvicinamento a Costantinopoli della prima crociata. Qui i Normanni dovettero rinunciare sotto esplicito ordine di Boemondo al saccheggio, attraversando territori appartenenti all’Impero, al quale essi formalmente andavano a prestare soccorso. Ma la tentazione era forte, e la cosa diede adito ad alcuni episodi di attrito tra il corpo di spedizione normanno, da un lato, e la popolazione locale e le truppe di scorta imperiali dall’altra[130].

Elenco delle abbreviazioni delle principali fonti utilizzate:

AM = Amato Da Montecassino, Storia de’ Normanni volgarizzata in antico francese, a cura di  V. De Bartholomeis, in Fonti per la Storia d’Italia,76, Roma 1935.

AC = Anne Commène, Alexiade, a cura di B. Leib,  Paris 1967.

AV = Anonymi Vaticani Historia Sicula, a cura di I. B. Carusio, in Rerum Italicarum Scriptores, VIII.

GP = Guillaume De Pouille, La geste de  Robert Guiscard, a cura. di M. Mathieu, Palermo 1961.

GM = Gaufridus Malaterra, De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi Ducis fratris eius, a cura di E. Pontieri, in Rerum Italicarum Scriptores, V,1, Bologna 1927-28.

[1]  Nella battaglia dell’Olivento, ad esempio, i bizantini schierarono il tagma dell’Opsikion più un meros dei Traci . Nello scontro successivo, a Montemaggiore, sono segnalati Pissidi e Likaoni appartenenti al tagma dei federati. Poi a Montepeloso le fonti segnalano eretici monofisiti e pauliciani appartenenti forse al cosiddetto tagma dei Manichei che fu particolarmente attivo sotto Alessio I. Per l’organizzazione militare bizantina nel periodo in questione si veda tra gli altri, H.J. Kühn, Die byzantinische Armee im 10. Und 11. Jahrhundert, Vienna 1991. V. Von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo, Bari 1978 , pp.133-135.

[2] Il reclutamento di tali truppe era basato sulla strateia. Secondo questo meccanismo, in cambio di terre da parte dello stato, i proprietari s’impegnavano a fornire il servizio militare.  Nell’XI secolo, però, la strateia divenne una mera tassa e questa fiscalizzazione alimentò il ricorso sempre più ampio alle truppe mercenarie. Cf. F. Chalandon, Histoire de la domination normanne en Italie et en Sicile, New York,1969. 2 voll, p.35;. Falkenhausen, cit., p.130. E. Mc Geer ,  Sowing the dragon’s teeth : Byzantine warfare in the tent century , Washington 1995,  p.201).

[3] Questi parteciparono alla spedizione siciliana, e al ritorno in patria, alla fine del 1039, si sollevarono contro il Catapano Niceforo Dokeianos e a Motola uccisero un funzionario imperiale. L’anno seguente la repressione bizantina li colpì duramente: le milizie furono sciolte, due loro capi, Musando e Giovanni Ostunense furono imprigionati a Bari, altri quattro furono impiccati nella stessa città e un altro ad Ascoli. Cf. Chalandon, cit., I, p.36. F. Trinchera, Syllabus Graecarum Membranarum, Napoli 1865, p.55, commento p. 580, è stato il primo – seguito poi da G. De Blasiis,L’insurrezione pugliese e la conquista normanna nel secolo XI, 3 voll., Napoli 1869-73, pp.140-142, nota 5, p.283,a mettere in risalto il ruolo dei conterati, identificandoli come konteratoi, nome che nelle armate bizantine designava genericamente i lancieri cioè cavalieri o fanti armati del kontos, la lancia. Si veda anche J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin depuis l’avènement de Basil I jusqu’à la pris de Bari par les Normands, Paris 1904, sec. ed. Italiana Bologna 1978, pp.458-9.

[4] Su tale interpretazione concorda S.Tramontana, La monarchia normanna e sveva, in Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico IIStoria d’Italia diretta da G. Galasso, Torino 1983, vol.III, pp.433-810,  p. 467. De Blasiis, cit., I, p.284, al contrario, crede che tali milizie, schierate a fianco delle truppe regolari, avrebbero gonfiato artificialmente il numero delle forze bizantine risultando più d’impaccio che altro spiegando così i numeri tanto alti quanto inutili dei Bizantini rispetto ai Normanni, la qual cosa si riscontra ad esempio a Montepeloso, dove Guglielmo attesta che alle truppe regolari greche si aggiunsero molti ausiliari indigeni “Indigenae Danais descendunt auxiliarii” (GP I, 381) . E proprio a proposito di tale battaglia la testimonianza dell’Anonimo vaticano rende evidente che la popolazione locale, longobarda o latina, si divise in due, con alcuni che passarono dalla parte normanna e altri invece che rimasero fedeli ai bizantini, “qui adjunctis sibi Longobardis illis, qui nondum Normannorum consenserant” (AV p.755).

[5] Per i  Normanni al servizio dei Bizantini e i  Maniakatoi la fonte principale è costiutita da AC I,1; I,2; I,6; VII,9. Per la letteratura si veda, tra gli altri: R. Janin, Les Francs au service des byzantines, “Echos d’Orient” 29(1930);. W. B. Mc Queen, Relations between the Normans and Byzantium 1071 – 1112, in “Byzantion” 56 (1986), pp. 427 – 476; J. Shepard, The uses of the Franks in Eleventh-century Byzantium, in Anglo-norman Studies, vol.XV, 1993, pp.275-305; P. Aubé, Les Empires Normands d’Orient, Paris 1983.

[6] G.T. Dennis – E. Gamillscheg,  Das Strategikon des Maurikios, ed. Ostereichischen Akademia der Wissenschaften, Wien 1981.Corpus Fontium Historiae Byzantinae, XVII, series Vindobonensis, XI,4. R. Vari, Leonis imperatoris Tactica, Budapest 1917-1922, XVIII,78 e segg.

[7] J.F. Verbruggen, The Art of  Warfare in Western Europe during the Middle Age, ed. In inglese, Bury St. Edmund 1997, pp.49-51; Tramontana, cit.  p.468.

[8] Citato da J. Gillingham, Richard I and the science of  war, in Anglo-Norman warfare, cit., pp.194-207, p.159

[9] Verbruggen, cit. p.79

[10] ” Non etenim  totas Danai laxare cohortes/ Primo marte solent; legionem sed prius unam,/ Inde aliam mittunt ut virtus aucta suorum/ Hostes debilitet, terroremque augeat illis./ Sic equitum princeps, obniti dum videt hostes,/ Cum magis electo qui restat milite secum/ proripitur subito, viresque retundere prorsus/ Sic solet hostiles, animos reparando suorum.”(GP I, 268-276).

[11] Mc Geer, cit. pp.280-284.

[12] Ibidem, pp.286-289.

[13] Roberto inviò lettere il tutto il suo ducato per reclutare “ut quicumque milites, seu pedites armis deferendis erant idonei, remota omni mora Ducem gloriosum apud Romam sequerentur” (AVp.772).

[14] Vedi la battaglia di Castrogiovanni,  per la quale Amato fornisce cifre iperboliche di 15.000 cavalieri e 100.000 fanti Musulmani, contro  1000 cavalieri più 1000 fanti di Roberto (AM V,23) ; o quella di Cerami, dove , secondo Malterra 136 cavalieri normanni travolsero 3000 Saraceni (GM II,33).

[15] Nel corso della prima crociata, infatti, i Cristiani ebbero facilmente ragione dell’esercito dei Fatimiti, costituito da grandi masse di cavalleria leggera – araba e beduina – armata solo di spade, e di arcieri appiedati sudanesi: battaglie di Ascalona (1099) e di Ramlah (1101). Al contrario nelle battaglie sostenute in Anatolia e in Siria, i Crociati si erano trovati di fronte gli arcieri a cavallo turchi.R.C. Smail., Crusading Warfare,1097-1103, sec. ed. Cambridge 1956, p.87.

[16] Alcune testimonianze letterarie inducono a tali conclusioni. Ad esempio, i Berberi di Khalfun che nel 847 conquistarono Bari combattevano seminudi armati solo di sottili e flessibili lance (cf..F. Gabrieli, Gli Arabi in Spagna e in Italia, in Ordinamenti militari in Occidente nell’alto Medioevo, Spoleto 1968, pp. 701-720, p.718). Anche nelle parole dell’Anonimo compilatore dellaHistoria Sicula, si trova testimonianza  dell’uso alquanto comune dei musulmani di Sicilia di combattere senza un particolare equipaggiamento difensivo, come quando, durante uno scontro seguito allo sbarco di Messina, un Saraceno, ansioso di uccidere il traditore Bethumen, si lanciò in avanti “…sine lorica, et clypeo ut mos erat illius gentis inertiae…” (AV p.755). Dal canto suo, Malaterra descrive con particolare enfasi l’armatura del capo saraceno Benavert: un non meglio identificato clamucium che appariva impenetrabile ai colpi nemici,  l’enfasi posta dall’autore su tale fatto rileva la straordinarietà della cosa, che evidentemente non trovava riscontro nella massa delle truppe musulmane (GM II,33). Ancora, nei suoi versi il poeta arabo-siculo ibn-Hamdis mette in risalto la vanità delle “luccicanti maglie di ferro” dei guerrieri normanni di fronte al valore musulmano, quasi a voler sottolineare l’inferiorità dell’equipaggiamento difensivo dei suoi compatrioti (M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, a c. di C.A. Nallino, Catania 1937, II, p.599).

[17] Nella succitata battaglia di Ascalona gli Egiziani furono vinti con “pro solo impetu nostro” In altri scontri “dederunt fugam repentinam” e “continuo in fugam moti sunt” . tali battaglie furono quindi brevi; non oltre “horae parva spatio” e a Yibneh la battaglia “non longa hora protahitur”. Citato da Verbruggen, cit. p.87.

[18] Nel manoscritto De Universo di Rabano Mauro (Monte Cassino, Biblioteca dell’Abbazia, ms. 132, ff. 66, 474, 383, ) infatti, sono ben evidenti le raffigurazioni di questo tipo di casco che si presenta in una forma a cappuccio con un puntale o bottone alla sommità. L’interpretazione di tali figure appare problematica, tale da suggerire a qualcuno, vedi D.C. Nicolle, Arms and armour of the crusading era : 1050-1350 , 2 voll., New York 1988 ) trattarsi di cuffie di maglia o di cappucci indossati al di sopra del casco di metallo. A meglio guardare, però, essi sembrano dei veri e propri caschi che probabilmente avevano dei paraguance annodati sotto la gola, sul tipo di quelli longobardi e bizantini dei secoli precedenti. Ciò appare evidente soprattutto in una raffigurazione di unexultet beneventano della fine del  X secolo ( Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat.Lat. 9820, Exultet, Esercito del principe). Tale immagine rende bene l’idea di quella che doveva essere l’equipaggiamento tipo del guerriero longobardo meridionale: oltre al caratteristico casco, lo scudo rotondo che compare invariabilmente anche nelle atre raffigurazioni dell’epoca, la lancia e l’usbergo di maglia corto al ginocchio.

[19] Ancora nel 1127, quando il dominio normanno era ormai consolidato, la città di Salerno ottenne dal futuro re Ruggero II , con appositi capitula , il privilegio di non partecipare con propri uomini  a spedizioni militari che si fossero svolte a più di due giorni di marcia dalla città (Falconis Beneventani Chronicon, a c. di G. Del Re, Cronisti e Scrittori sincroni della Dominazione normanna, Napoli 1845, vol.I, pp.158-276, ad anno 1127).

[20] I termini si leggono in un  documento riguardante un patto di pace tra il Duca napoletano Andrea e Sicardo di Benevento stipulato nell’836. B. Capasso, Monumenta ad Neapolitani Ducatus Historiam Pertinentia, 2 voll., Napoli 1881-1892, vol. II, parte II, pp.147-156.

[21] Secondo Malaterra, nei pressi di Sora appena venticinque cavalieri normanni sconfissero un’armata locale composta da  250 cavalieri e 2500 fanti (GM I,33).

[22] Le istituzioni feudali erano sconosciute, i beneficia concessi dai principi non erano la contropartita per impegni militari e le contee erano possedute a pieno titolo dai conti senza obblighi militari. Nei documenti longobardi dell’Italia meridionale raramente appare il termine miles  e i guerrieri sono designati come bellatores o exercitales. Nei ducati che formalmente dipendevano da Bisanzio quali Napoli e Amalfi invece il termine miles veniva usato largamente ma con un ‘accezione che si identificava con il cittadino in armi: la militia, quindi, era sinonimo dello stato stesso, cf. N.Cilento, Italia meridionale longobarda.., Milano-Napoli, 1971, p.141, 315-316.

[23] Cf. E. Cuozzo, Intorno alla prima contea normanna nell’Italia meridionale , in E. Cuozzo J.M -.Martin, Cavalieri alla conquista del Sud, Bari 1998, pp. 171-193.

[24] L.R. Ménager, Pesanteur et étiologie de la colonisation normande de l’Italie, in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle I giornate Normanno-Sveve, Bari 28-29 maggio 1973, rist. bari 1991, p.223.

[25] R.A. Brown, The status of Norman knight, in Anglo-Norman Warfare. Studies in late Anglo-Saxon and Anglo-Norman  Military Oraganization and Warfare, a c. di M. Strickland, Bury St Edmunds 1992, pp. 128-142,  passim.

[26] Cf. E. Cuozzo, La nobiltà normanna nel mezzogiorno all’epoca di Roberto il Guiscardo, in Roberto il Guiscardo tra Europa, Oriente e Mezzogiorno, Atti del Convegno internazionale di studio (Potenza-Melfi-Venosa. 19-23 ottobre 1985), pp.105-113, passim.

[27] GM I,11.

[28] GM I,5

[29] GP.I,36-38

[30] GM I,5

[31] GP, I,257-259

[32] ECuozzo, “Quei maledetti Normanni”. Cavalieri e organizzazione militare nel Mezzogiorno normanno, Napoli 1989, pp. 23-40, con una serie di esempi iconografici contribuisce a fornire un quadro in tal senso.

[33] Si veda il gesto  di  Ruggero a Messina, considerato eroico in quanto egli si lancia armato di  sola spada e scuso contro il nemico: “Comes vero Rogerius, inermis, excepto clypeo solo et ense quo accinctus erat”. (GM II,4).

[34]  Nicolle, cit., vol.II, p.34, sostiene la tesi della preesistenza presso i Bizantini dello scudo a mandorla commentando un bassorilievo del IX-X secolo di provenienza anatolica (Museo Archeleogico di Istambul, n.755). In un trattato militare bizantino del X secolo si ritrova la descrizione dettagliata di uno scudo che corrisponde alle caratteristiche di quello che poi sarà detto “scudo normanno”: A. Dain, Sylloge tacticorum, quae olim Inedita Leonis Tactica dicebatur, Parigi 1938, XXXIX,1. D’altra parte va però detto che nell’iconografia bizantina tale tipo di scudo diventa molto diffuso solo nel XII secolo: si veda i numerosi esempi contenuti nel manoscritto madrileno di Scilitze (Biblioteca Nacional da Madrid, cod. Vitr. 26-2).

[35] “Obtectos clipeis paucos lorica tuetur” (GP I,259).

[36] Questa la descrizione più dettagliata: “L’armatura difensiva dei Celti (Anna designa i Normanni coi termini: Celti, Latini, Franchi – N.d.A.) e’ in effetti una tunica tessuta di maglie di ferro intrecciate l’una con l’altra, e il ferro di tale cotta e’ di una qualità così buona che è capace di respingere una freccia e di proteggere il corpo del soldato. Come altro pezzo difensivo hanno uno scudo che non e’ di forma rotonda, ma oblunga, molto largo in alto e terminate a punta; all’interno esso appare leggermente incurvato, ma il suo aspetto esteriore e’ nitido e brillante con un umbone di bronzo brillante. Cosi’ qualsiasi freccia, che sia scita, o persiana, o lanciata da braccia giganti, e’ respinta da tale scudo rimbalzando verso chi l’ha lanciata” (AC XIII,8,3). Ma anche in altri passi trapela tale atteggiamento, come quando, ad esempio, parla delle “armi ottime e impressionanti” degli uomini di Ursello di Bailleux (AC I,2). Anna scriveva nel XII secolo, ma stando alle sue stesse dichiarazioni  espresse nell’opera, si servì di testimoni oculari degli avvenimenti descritti, molti dei quali erano autorevoli membri dell’esercito, esperti di cose militari.

[37] Bibliothèque Nationale, Cabinet des Medailles, Parigi.

[38] L’ampia raccolta di dati contenuta in  Nicolle, cit.  vol.I, pp. 502-525, vol.II, tavv., pp. 911- 922, mette in risalto il particolare eclettismo che caratterizza, nel Mezzogiorno dell’XI secolo, il campo degli armamenti.

[39] Secondo il Malaterra, i giovani Altavilla: ” venationi et accipitrum exercitio inserviens; equorum caeterorumque militiae instrumentorum et vestium luxuria delectatur” (GM, I,3); e “coeperunt militaribus disciplinis adhaerere, equorum et armorum studia frequentare discentes seipsos tueri et hostem impugnare.”(GM I,4). Leo Marsicanus, Chronica Monasterii Casinensis, in Monumenta germaniae HistoricaScriptores, vol. XXXIV, a c. di H. Hoffman, Hannover 1980, p.651, li descrive quali ” “viri equidem et statura proceri et specie pulchri et armorum experientia summi”.

[40] Interessante appare un episodio narrato da Anna Commena riferito ad una battaglia combattuta sul Danubio tra Bizantini e Peceneghi (1086). Mentre i due eserciti si fronteggiano entrambi restii a prendere l’iniziativa dell’attacco -  i primi intimoriti dal numero degli avversari, i secondi dalla fama delle armi imperiali – solo i Normanni di Humbertopulos schierati sotto le insegne bizantine, danno segno di insofferenza cercando di lanciarsi per primi all’attacco, a stento trattenuti dal comandante Taticio (AC,VI,14).

[41] J. France, Victory in the East. A Military History of the First Crusade, Cambridge 1994,  p.369.

[42] Così a Castrogiovanni: “Porro nostri, ex more in primo congressu fortiter agendo, plurimos sternentes, reliquos in fugam verterunt, quos cedendo, versus Castrum-Johannis persequentes, usque ad decem milia occiderunt” (GM, II,17) o sull’Olivento: “Postea, invocato Dei auxilio, Greci audacissimi occurentes, a primo congressu, eo in fuga converterunt” (AV p.750). Nell’episodio della battaglia di Civitate tale tattica viene descritta come usuale: “Humfredus (…) commoto exercitu, audacter hostibus occurrit, ordinataque acie suorum, certamen iniens, cum primo congressu fortiter, ut solitus erat, agere coepisset, Longobardi, territi, fuga seipsos tueri nituntur, Alamannis in proelio relictis”(GM I.14). Interessante a tale proposito appare il riscontro con gli  scrittori della I crociata che nell’XI secolo descrivevano la carica con una combinazione di verbi e di avverbi. I verbi più comunemente usati erano irruere; altri erano invadere, impetere, occurrere. Gli avverbi eranoacriter, acerrime, fortiter, vehementer, viriliter, violenter, constanter, strenue, impetuose, velocissime . Cf. Smail, cit., p.113-nota 2.

[43]  AC XIII,8. Tra gli altri episodi ricordiamo l’episodio dell’attacco dei mercenari normanni guidati da Taticio contro i Turchi di Abu-Kasim presso Nicea, quando con le loro “lunghe lance” essi andarono sul nemico a pieno galoppo come un fulmine, spezzando i loro ranghi e  gettandoli in fuga (AC VI,10).

[44] AC V,4

[45] AC  VI,5

[46] AC IV,8

[47] AC V,6

[48] AC X,3

[49] AC XI,11. La scelta di ampi spazi come luoghi di battaglia per permettere il dispiegamento della cavalleria, appare confermata anche da un altro episodio della campagna di Sicilia. A Paternò, i Normanni si accampano in una vasta pianura e individuatala come per loro adatta alla battaglia, vi dimorano per otto giorni con l’intento di indurvi i Saraceni al combattimento (GM II, 16).

[50] L’espressione  “lancia in resta” può essere adottata correttamente solo per i secoli successivi quando fu introdotto l’uso del congegno omonimo (resta) che serviva per appoggiare la lancia al fianco del cavaliere, ma lo si adotta qui poiché, purtroppo, l’italiano non dispone di un termine quale l’inglese counched che rende sinteticamente un concetto che andrebbe reso in italiano con una lunga locuzione quale “stretta sotto al braccio”.

[51] Cf. F. Buttin, La lance et l’arrêt de cuirasse, in “Archaeologia” 19 (1965);. ROSS D.J.A, L’originalité de Tourold: le maniement de lance, in “Cahiers de civilitation medievale”, 6(1963), pp. 127-38; SETTIA A.A.,  Le radici tecnologiche della cavalleria medievale, in “Rivista storica italiana” 97(1985) pp.287-306, p.271 che propende per la seconda ipotesi, mette in risalto la differenza tra alcune fonti del X sec e una di fine XI (la cronaca di Landulfo Seniore) nel descrivere il combattimento tra due cavalieri, dove nella seconda appare evidente l’uso della lancia sotto il braccio.

[52] AC VI,10; VII,8.

[53] quando si trova una sicura testimonianza nella descrizione di Alessandro di Telese della battaglia sul Sarno: “Cumque jam hinc inde moroso gressu appropinquatum fuessit, anterior Regis acies mox primo cuspidibus dimissis, equisque calcaribus punctis, contra anteriorem adversae partis aciem concursu praedicta cohors exterrita terga continuo vertunt. Quod videntes retropositi custodes, et ipsi quidem perterriti per medium hinc inde divertentes, spatium fugientes praebent” (Alexandri Telesini coenobii Abbatis De rebus gestis Rogerii Siciliae regis libri quattuor,  in Del Re, cit., vol. I, pp.82-156,  II,30). In Amato appare una sola volta una frase che può essere ricondotta a tale uso della lancia:   “et ferent li cheval des esperons et drecerent li haste pou ferir” (AM VII,24).

[54] J. Bradbury, Battle in England and Normandy1066-1154, in Anglo Norman Warfare, cit. pp.182-193. Egli respinge l’opinione secondo la quale questa fosse una caratteristica esclusiva dell’ambito anglo-normanno ereditata dal modello anglo-sassone, opinione sostenuta da C.W. Hollister, The Military Organization of Norman England, Oxford 1965, pp. 127-9; J. Lachauvelaye,Guerres des Française et des Anglais du X1e au Xve siècle, Parigi 1875 , i,13 e ripresa più di recente da S. Morillo, Warfare under the Anglo-Norman Kings 1066-1135, Bury St Edmund 1994, cit.,p.157

[55] J. Gillingham, Richard I and the science of  war, in Anglo-Norman warfare, cit., pp.194-207.

[56] Ordericus  Vitalis, Historia ecclesiastica, 6 voll., a cura di M. Chibnall, Oxford 1969-78, VI 350,  descrivendo la battaglia di Bourghthèrolde, dice: “Bellicosus eques iam cum suis pedes factus non fugient, sed morietur aut vincet”.

[57] Bachrach B., On the Roman Ramparts, in Cambridge Illustrated History of Warfare, a c. di G. Parker, Cambridge 1995,   pp.84-91.

[58] “haec gens animosa feroces/ Fert, sed equos adeo non ducere cauta./ ictibus illorum, quam lancea, plus valet ensis;/ Nam nec equus docte manibus giratur eorum,/ Nec validos ictus dat lancea, praeminet ensis./ Sunt enim longi specialiter et peracuti/ Illorum gladii; percussum a vertice corpus/ Scindere saepe solet, et firmo stant pede, postquam/ Deponuntur equis. Potius certando perire,/ Quam dare terga volunt. Magis hoc sunt marte timendi,/Quam dum sunt equites: tanta esta audacia gentis” (GP II,153-163). La cosa quindi registra la meraviglia del narratore che dimostra come, in effetti, tale costume fosse alieno alle esperienze dei Normanni locali.

[59] “Armati pedites dextrum laevumque monentur/ Circumstare latus; aliquot sociantur equestres,/ Firmior ut peditum plebs sit comitantibus illis.” (GP I, 260-3).

[60] France, cit. p.281. In quest’ultimo caso, in verità, più che di una scelta tattica si trattò di necessità, in quanto le cavalcature erano state completamente decimate dalla fame e dalla guerra, costringendo spesso i cavalieri a cavalcare animali da soma.

[61] V. infra, p.29

[62] “Tertioque super pedites impetu facto, cum immobiliter persistentes flectere nequeunt, declinantes eos super equites irruunt”(GM III,30).Dato questo che contrasta con il quadro delle fonti precedentemente descritto, che vedeva sempre i Musulmani di Sicilia repentinamente in fuga davanti alla cavalleria normanna.

[63] “Cum ecce quaedam acies nostra, ex adverso illis sub nudo latere propumpens, forti congressu sauciatos et ab incoepto deterritos in fuga cogit” (GM III,27).

[64] AC V,4

[65] AM VIII,25

[66] AM  II,1. Cf. D.P. Walley, Combined operations in Sicily A.D. 160-1078, in “Papers of the Brithish School of Rome”, 22(1954), pp.118-125, p.123,.

[67] “Premittens Serlonem, nepotem suum, cum triginta militibus, qui se ante castrum ostendentes extractos ad certamen excitarent, ipse cum caeteris in quodam loco, in insidiis latens, occultaur ut, dum suos ex industria, simulato timore, fugientes illi acrius persequerentur, ipse, insperato a loco insiadiarum prorumpens, hostes, longius a castro subtractos, facilius occuparet. Quos Arabici, qui in castro erant, eminus adventare videntes, maximo impetu prorumpentes, obvii sunt, fugientes persecuntur, accingentes diruunt, in tantum ut ad locum insidiarum non nisi dou ex nostris illaesi pervenirent.” (GM II,32). L’episodio è narrato anche dall’ AV, p.750.

[68] AC IV,6

[69] Principalmente C. Oman, A History of The Art of War in the Middle Ages, Volume One: 378-1278 AD, London 1924; H. Delbrück , History of the art of the war , vol.III, Medieval Warfare, ed. inglese a c. di W.J. Renfroe Jr., Lincoln 1982. Si veda anche i brani citati e confutati da Ph. Contamine, La guerra nel Medioevo, ed. italiana, Bologna 1986, pp. 287-9.

[70] A Castrogiovanni, ad esempio : “Porro dux (Guiscardo n.d.t.), exercitum semipartiens – erat enim tantummodo septigenti – et ex ipsis duas acies ordinans, unam fratri, ut priori, sicut sibi mori erat, ut hostem feriat, delegat; ipse cum altera, suos alacriter verbis exhortando, subssequi non tardat” (GM II,17). Lo stesso fa Ruggero a Cerami: “Comes etiam, similiter duos cuneos faciens ex suis, unum nepoti et Ursello et Arsisgoto de Puteolis, ut praecedentes primo feriant, delegavit: ipse cum altero subsequens (GM II,33).

[71] France, cit. p.127; 246-51

[72] Il classico manuale di Vegezio era conosciuto, studiato e quindi applicato dai comandanti e dai magistri belli. Un estratto della Epitome di Vegezio fu composta da Rabano Mauro nel IX secolo: Rabanus Maurus, De procinctu romanae militiae. Ma altre copie del manoscritto originale vennero redatte e circolavano in Italia nei secoli X-XI. Sull’argomento si veda A. Settia, Comuni in guerra. Armi ed eserciti nell’Italia delle città, Bologna 1993, parte II, p.96, con una dettagliata bibliografia nella nota 12.

[73] “.Aggrediaris atque circumeas, et detrudendo atque supercurrendo ad hostium terga pervenians”. Flavius Renatus Vegetius,  Epitoma  rei militaris, a cura di G. Lang, Stutgardiae 1967, III,20.

[74] GP II, 184-6

[75] GP II  vv. 190-1

[76] GP II vv. 244-5

[77] GP II, 254-5

[78] E’ stato soprattutto Verbruggen a mettere in risalto  come i resoconti dei cronisti coevi fossero viziati dall’uso di un linguaggio antiquato che usava termini quali cuneusacies  ecc. appartenenti al latino classico, mentre con l’avvento del vernacolo divennero più usati termini tecnici quali conrois che meglio rendevano il concetto. Verbruggen, cit. pp. 73-77.

[79] ASettia, “Ista maledictio guerrarum”. Il fenomeno bellico nella “Cronica” di Salimbene da Parma, in Comuni in guerra …, cit., pp.15-89, p.48.

[80] Amari, cit., vol. III, p.32

[81] AM I,23

[82] AM I,29-30

[83] AM II,18,23

[84] Tramontana, cit. p.533.

[85] GM I,11

[86] AC I,10

[87] GM II,33

[88] GM I,33

[89] GP IV,325

[90] Secondo stime approssimative il corpo di spedizione di Boemondo contava circa 500 cavalieri e 3000 fanti :inferiore quindi per numero ai contingenti Provenzali o Franchi, ma , concordemente al giudizio degli studiosi,  ben agguerrito. La cifra di 500 cavalieri si ritrova nel noto episodio dell’assedio di Amalfi, durante il quale Boemondo avrebbe deciso di unirsi alla spedizione in Terrasanta.: Lupus Protospata, Rerum in regno Neapolitano gestarum breve chronicon (860-1102), in RIS, V, Mediolani 1724, ad anno 1096). Cf. FRANCE, p.133 e S.  Runciman., Storia delle Crociate, 2 voll., Torino 1966, II, p.1109.

[91] Sul fiume Vardal (Grecia), la retroguardia comandata da Tancredi, difese l’armata di Boemondo dagli attacchi alle spalle della “polizia militare” bizantina costituita da arcieri a cavallo peceneghi (anch’essi di razza turca), che cercavano di pressare la marcia dei Normanni per evitare razzie durante l’attraversamento dei territori imperiali.

[92] Radulphus Cadomensi, Gesta Tancredi in Expeditione Gerolosomitana, in RHC, IV-VI ; Gesta Francorum et aliorum Hierosolomitanorum, a c. di R. Hill, Londra 1962,  I,4.

[93] Smail, cit.,  p.113.

[94] Mc Geer, cit., pp. 306-307.

[95] AV p.747. AM II,26 riferisce che a Montepeloso i Normanni inseguivano con passo calmo senza correre.

[96] “Et puis nombra li chevalier et li pedon , et trova que tant estoient li chevalier quant li pedon: c’est mille[...] avec celle petit de gent qu’il avoit commensa à chevaucier plenement et atendant contiunuelment li home de pié”. (AM V,20)

[97] GM I,16

[98] “Et Cusentinos sibi pacificavit, et illos/ Deduxit rediens ad bella pedestria pomtos” (GP III, 576-7); “Dux Cusentinos quosdam, quos praefore cursu/ Noverat, elegit…” (GP IV, 472-3).

[99] GM I,16

[100] GP I,165-168

[101] AM  VIII, 15

[102] cf. De Blasiis , cit., nota 3, p.238. Celebre è il giudizio sprezzante espresso , secondo  Salimbene da Parma, da  Roberto il Guiscardo circa le scarse virtù guerriere dei meridionali  (Salimbene De Adam, Cronica, a c. Di G. Scalia, Bari 1966, p.522).

[103] GP IV,125-126, 130; AC I,14; Radulphus Cadomensis, cit., cap. VIII.

[104] “Graecis itaque superatis, et tota Apulia timore concussa, multitudo Langobardorum, et maxime illi, qui non multum remoti a Melfio habitabant, seipsos, et civitates, et castra dominationi Normannorum subdiderunt, quorum multi, quibus armorum doctrina potius, quam vires, aut animus olim defuerat, postquam virtutem Normannorum magnam imitari, quam invidiare studuerunt, optimi milites, et eorum in suis acquistionibus fidelissimi adjutores postea facti sunt.” (AV  p.750).

[105] GM I,25; II,20.

[106] Si veda l’assedio di Salerno nel 1076. Ma il primo episodio di grossa mobilitazione si ha nel 1091, da poco conclusa la conquista definitiva  dell’isola, con l’attacco congiunto di Ruggero Borsa, Boemondo e Ruggero di Sicilia contro la città ribelle di Cosenza. Quest’ultimo, infatti, conduce dalla Sicilia molte migliaia di saraceni (GM IV,17). Nel ’94 la stessa coalizione degli Altavilla muove contro Castrovillari tenuta dal ribelle Guglielmo di Grantmensil e anche qui Ruggero conduce dalla Sicilia “molte migliaia di Saraceni” (GM IV, 22). Due anni dopo , nel ’96 , 20.000 saraceni vengono impiegati contro Amalfi (Lupus, cit., ad anno 1096).

[107] Durante l’assedio di Palermo (1071) Roberto il Guiscardo fa armare, per l’occasione,  i suoi fanti di archi e fionde per bersagliare gli Arabi che avevano tentato una sortita (GP II,260). Secondo Anna Commena gli arcieri che accompagnavano il corpo di spedizione Normanno in Epiro erano composti da imberbi giovinetti e vecchi decrepiti, reclutati in ogni angolo del Sud-Italia, che non avevano nessuna cognizione del modo di maneggiare l’arco (AC I,14).

[108] Per una più dettagliata disamina del problema degli arcieri e balestrieri nel mezzogiorno si veda G. Amatuccio, Arcieri e balestrieri nella storia del Mezzogiorno medievale, in “Rassegna Storica Salernitana”, 24 (1996), pp. 55-96.

[109] F. Chalandon, Essai sur le règne d’Alexis Commène (1081-1118), Paris 1900, p.77. La cosa è messa in risalto da A. Settia, Un “Lombardo” alla prima crociata, in Comuni…, cit., pp. 249-260, che esamina anche le esperienze d’assedio normanne, oggetto della presente trattazione, definite “assedi statici”.

[110] La presenza di numerose città e borghi fortificati, in parte dovute al retaggio dell’età romana e in parte frutto dell’incastellamento longobardo. Le città erano difese con solide cinte murarie spesso a doppia cortina. Tale era il caso di Benevento, di Salerno (“non hac munitior arce/ Omnibus Italiae regionibus ulla videtur” GP III,448-49),  Capua (“Urbs munitissima” AM, VII,4) e i cittadini erano obbligati a montarvi la guardia. VON VFalkenhausen, I Longobardi meridionali, in Storia d’Italia, cit…., pp.303-304.

[111] Tra il 1052-53 Riccardo assedia Capua costruendo tre castelli dai quali saccheggiava il contado, e alla fine la città cade presa per fame (AM IV,8). Nel 1060 il Guiscardo assedia Troia e fa circondare la città con pavillon e castelli, cercando il luogo più  alto dove costruire un castello ben guarnito (AM IV,28). Nel 1068 assedia Bari e fa costruire castelli e trabucchi ed altri ingegni d’assedio (AM V,27; LP p.44) Lo stesso accade nel 1073 a Corato in Puglia, dove “secont la costumance, la ferma de chastel et de fossez” (AM VII,2). e nel 1076 a San Severina dove i castelli sono tre (AM VII,18; GM III,5). L’anno seguente Napoli viene assediata per terra e per mare dalle forze congiunte di Roberto e Riccardo. Il principe “comanda que soient fait chasteaux fors de li mur de la cité”. Il primo castello eretto fu attaccato da una sortita dei napoletani, al ché il principe ne fece costruire un altro in un luogo più stretto per impedire le sortite; ma anche questo fu attaccato e distrutto (AM VIII,25). L’esempio più eclatante è l’assedio di Salerno, città munita di ottime difese murarie e di una rocca inespugnabile. Qui Roberto fa munire il lato orientale della città, quello più aperto verso la pianura, col solito castello di legno e con una palizzata anch’essa di legno, in pratica, costruendo una fortezza che circonda la fortezza. Dal lato occidentale invece, Riccardo fa costruire su di un’altura un altro castello affinché “nul ne puisse aler né venir” (AM VII,2 e segg.)

[112] Morillo, cit. , p.137.

[113] Basti ricordare a titolo di esempio l’episodio di Riccardo di Capua che saccheggia il territorio di Aquino tagliando gli alberi e il grano  (AM IV,14,) e soprattutto i riferimenti alle conseguenze su larga scala che tali devastazioni ebbero. Chalandon, La domination… cit. I, p.152, indica la guerra di saccheggio e rapina, con la distruzione sistematica dei raccolti, quale causa della grande carestia segnalata dalle fonti in Calabria nell’anno 1058 (GM I,27). AV, p.767, descrive il fenomeno nei pressi di Siracusa: “deinde cum exercitu suo per totam Vallem nocte progrediens, segetes omnes comburendo, et falcibus resecando devastavit, unde in sequenti anno per totam Siciliam fames acerba pervenit”

[114] Vegetius, cit., III,3

[115] Così nel caso della stessa Salerno dove ,subito dopo la presa della città, Roberto fece costruire un “inexpugnabile castrum,/Quo sibi subiecti valeant consistere tuti” (GP III,468-69). così a Catania dove Ruggero fa costruire una torre guardata da 40 uomini che “guardassent et refrenassent la male volonté de cil de la cité” (AM VI 14,8). o nel caso di Amalfi dove , preso possesso della città a lui concessasi per essere difesa dalle mire di Gisulfo, Roberto fa costruire quattro castelli difesi dai suoi soldati (GM III,3; AV p.766) e ancora Dopo la presa di Palermo “Munia castrorum fecit robusta parari, ,/ Tuta quibus contra Siculos sua turba maneret (GP III, 337-38). Dopo la repressione della ribellione di Cosenza nel 1091 Ruggero Borsa “arte coementaria castrum ad urbem a tali praesumptione prohibenda, in altiora urbis jugo firmat” (GM IV, 17).

[116] A Scalea durante la lotta fratricida tra Roberto e Guglielmo del Principato, il conte assedia il castello “et oliveta et vineas, qui urbi contigua erat, vastat “(GM I,24). Su questo aspetto relativamente alle esperienze coeve dei Normanni del nord si veda, tra gli altri, cf.. Gillingham , cit. pp.143-160; FRANCE, cit. pp. 43-45.

[117] Citato da Gillingham, cit.,  p.150.

[118] Gillingham cit. p.160. Morillo, cit., pp. 99-102, elenca sei motivazioni fondamentali che stavano alla base della tattica della guerra di saccheggio dei conquistatori normanni d’Inghilterra: costringere alla resa le piazzeforti nemiche, ridurre la capacità nemica di condurre la guerra, provocare l’avversario per costringere allo scontro campale, trarre dal saccheggio le risorse necessarie al mantenimento delle truppe, punire ribellioni, vendicare le devastazioni  subite.

[119] GM I,10

[120] Albertus Aquensis, Historia Hierosolomitana, in Recueil des historiens des croisades. Historiens occidentaux., IV, Parigi, 1879, pp.325-326. Sull’episodio del Longobardo cf. SETTIA, Un “Lombardo”…, cit. , passim, nel quale l’autore dimostra come il personaggio descritto dalla fonte sia da identificare in un Longobardo meridionale e non in un Lombardo settentrionale.

[121] Annales Barenses, a c. di G.H. Pertz, in MGH, SS, V, Hannoverae 1844,pp.52-56,  p.56.

[122] Anonymus Barensis (Lupo Protospata), Chronicon, in RIS, V, Mediolani 1724, p.151.

[123] AC IV,1

[124] Si tratta di un testo di poliorcetica di  Herone di Bisanzio, silloge di vari autori tra i quali  Ateneo a cui è da attribuire il disegno della torre. Biblioth. Nationale, ms. grec. 2442, f.97r, Paris; cf.Settia, Un “Lombardo”…, cit., p.259.

[125] GP II,497-501

[126] cf. R. Iorio, Ermanno di Canne contro Roberto il Guiscardo, in Roberto il Guiscardo tra Europa, cit., p. 136-137. Presa Canne, Roberto consente ai cavalieri di Ermanno di andare liberi privandoli solo delle armi e dei cavalli (AM VII,6). Nei pressi di Capua i cavalieri normanni che si combattevano, facevano prigionieri gli uni gli altri prendendo armi e cavali ma liberando gli uomini (AM VII,23). A Melito, quando Roberto e Ruggero si fronteggiano con i rispettivi eserciti per disputarsi il possesso della città, l’uccisione di Arnaldo, fratello di Giuditta, la moglie di Ruggero, commuove i combattenti di ambo le parti che cessano le ostilità per seppellire il caduto (AV p.757; GM II,23).

[127] Gillingham, cit. p.151

[128] Cf.  France, cit., p.44

[129] “Quar l’usance de li grex est, quant il vont en bataille, de porter toute masserie necessaire avec eux” (AM II,23).

[130] A Castoria, città teatro di guerra della precedente invasione normanna, si produssero gravi incidenti tra la popolazione che si rifiutava di rifornire di viveri i Normanni. Costoro, nonostante le indicazioni di Boemondo, compirono azioni di saccheggio per procurarsi i viveri, e ciò provocò poco dopo gli incidenti sul fiume Vardar (v. supra, nota 91).

This article was first published in Rassegna Storica Salernitana, n.30 (dicembre 1998), pp.7-49.  We thank Giovanni Amatuccio for his permission to republish the article.


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